Che cosa manca a questo Verona

Che cosa manca a questo Verona

L’Hellas avrebbe dovuto essere di governo, ma non riesce a essere di lotta: giù l’elmetto, su la testa

di Matteo Fontana, @teofontana

Siano dannate queste soste. A momenti sembra che neanche si giochi, il campionato di Serie B. Le pause per le nazionali, il riposo forzato in omaggio al format “dispari” decretato dalla Lega in capo a un’estate grottesca (e l’autunno pure di più).

Siano dannate anche perché in questo modo si dilatano i tempi per capire se il Verona possa risollevarsi dalla crisi in cui è caduto o se, invece, si andrà incontro a una stagione bartalianamente da “tutto sbagliato, tutto da rifare”. C’è chi si infastidisce quando si ricorda che, nel calcio, a decidere che cosa sia giusto o che cosa no, sia solamente Sua Santità il Campo. Eppure è così, e per queste ragioni l’Hellas di Fabio Grosso, in tredici giornate, si è aggiudicato una valutazione – e una classifica – insufficiente.

Che cosa manca al Verona? In fase di mercato ha centrato pressoché tutti gli obiettivi che si era posta la dirigenza, sia in entrata che in uscita (basti pensare alla remunerativa cessione di Fares e Viviani, con Valoti insieme, alla Spal). Con i conti riordinati dalla cura da cavallo in stile trojka pallonara che ha costretto a due anni di vacche magrissime, benché uno sia terminato con una promozione che in troppi, indecifrabilmente, hanno sottostimato, per poi retrocedere dovendosi sorbire per intero l’amaro calice della caduta, l’Hellas aveva (ed ha) ogni risorsa per competere per il vertice.

Ebbene, perché non ci riesce? A difettare è il senso della lotta. Costruito per essere di governo, il Verona, gettato tra i mari burrascosi della B, pieni di filibustieri che danno l’assalto alle galee più sfarzose, si è posto con eccessiva leggerezza, come se questa non fosse la sua realtà, squagliandosi alle prime ondate. Alla maniera, ci si perdoni lo sconfinamento, dei politici che hanno smesso di stare in mezzo alla gente e non ne hanno compreso la rabbia, la delusione, le paure. Così hanno finito per perdere le elezioni e consegnarsi a chi, furbamente, ha capito per primo il mondo attorno.

Sarebbe banale ricorrere alla solita, arcinota frase sul calcio che non è balletto. Ma non lo è, al contrario, evidenziare che all’Hellas ha sempre colpito, più che la bellezza singola di una giocata, l’asprezza del combattimento agonistico. Una scivolata meglio di una rovesciata. Prendersi le vittorie un centimetro dopo l’altro. Quelle facili (sempre che ce ne siano state…), a guardar bene non sono roba per questo che, in termini calcistici, non è un paese per vecchi.

Soltanto munendosi di elmetto e tirando su la testa il Verona potrà riuscire a essere di governo. E, di conseguenza, allontanare la desolata malinconia di un Bentegodi lunare.

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