CIAO AGO, GRAZIE DI TUTTO

CIAO AGO, GRAZIE DI TUTTO

Una riflessione sull’addio al Verona (e al calcio) di un giocatore che ci ha sempre messo il cuore

C’è un modo per fare tutto. Per stare insieme e anche per dirsi addio. E dirsi addio è sempre difficile e delicato. Bisogna avere un grande spessore morale per farlo in modo degno. Rileggo l’intervista di Alessandro Lerin ad Alessandro Agostini. E avverto un retrogusto amaro, che non passa. Perché ad Ago, alla sua figura, al suo modo di essere calciatore, sono molto legato.

Ago è arrivato a Verona nel mezzo della cavalcata verso la Serie A. Veniva da un’incompiuta (e inspiegabile) al Torino ma soprattutto da Cagliari, dove ha scritto il suo nome sul muro dei grandi e indimenticabili rossoblù. Si dimostra subito tatticamente educato e affidabile: Mandorlini ordina, lui esegue, è un operaio vero. Ha il fisico e i polmoni da maratoneta: difende (molto) spinge (poco), “diagonalizza” e fa legname. Ma soprattutto in spogliatoio è colui che con una battuta riesce a sciogliere le tensioni. È un toscanaccio, più sarcastico che ironico.

Per noi addetti ai lavori ha sempre tempo. Per una battuta, per un saluto vero: ti chiede come va e poi ascolta la risposta. E se gli parli di pesca e Sardegna, potete parlare per ore.

In due anni e mezzo Ago fa 60 presenze in Gialloblù. Di gol no, come sempre, ma ci va vicino qualche volta. Di lui si può dire tutto, per carità, ma non che non dia tutto dal primo all’ultimo minuto. No, questo no. La sua maglia è sempre tra quelle che puzzano di più.

In questi due anni e mezzo l’ho visto perdere la serenità e l’allegria solo quando un gruppo di tifosi lo ha insultato (insieme a Moras), dicendogli che era vecchio e che doveva ritirarsi.

 

Accade dunque che il 30 giugno scada il suo contratto. E che non venga rinnovato. E che Ago chiuda la sua esperienza con l’Hellas. Tutto lecito, niente di strano. È un professionista, ha avuto una carriera ad alto livello (a 18 anni era tra i terzini migliori d’Italia), ha giocato in Serie A fino a 36 anni, è stato ben pagato. Ho solo un tarlo che mi perseguita: perché non salutarlo come si deve? Perché non dirgli “Ciao Ago, grazie di tutto?”. Lasciarlo andare via come uno qualsiasi… no, non mi è piaciuto.

Lo so, via Belgio ha ritmi altissimi, e fino ad oggi ha (quasi) sempre avuto ragione. Però alla base di questa squadra non c’è il soldo, ma il sentimento. Il rispetto, la stima, la riconoscenza dovrebbero resistere alla velocità, ai ritmi infernali. Mi piace pensare che ci sia sempre tempo per i rapporti personali, per una pacca sulla spalla, per una stretta di mano, per un abbraccio. Perché anche in Formula 1, e anche se brevi, ci sono i pit-stop.

Non vivo di sogni, per carità, so che per gestire una squadra come la nostra serve pragmatismo e a volte anche cinismo. Però sono un martinelliano, so che se perdiamo i sentimenti, le emozioni, diventiamo una società per azioni, fortissima e vincente magari, ma triste e fredda. Ecco, vorrei davvero che restassimo umani e che non diventassimo automi freddi e glaciali.

Quindi, come tanti tifosi vorrebbero fare, te lo dico io: “Caro Ago, grazie di tutto, davvero”.

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