Dizionario della stagione sportiva 2017/2018 del Verona

Dizionario della stagione sportiva 2017/2018 del Verona

Tra il fallimento sul campo, il futuro da costruire e qualche retroscena dell’annata fuori giri dell’Hellas

di Andrea Spiazzi, @AndreaSpiazzi

Arrivederci. Si spera vivamente che lo sia, un arrivederci a presto. Non è per nulla facile, anzi è molto difficile risalire subito. L’Hellas di Setti ci è riuscito lo scorso anno. Oltre alle parole di ieri del presidente, dalle prossime mosse si capirà fino a che punto saranno messi in campo i mezzi necessari al riscatto. Il Verona è stato quest’anno l’unico club di A in Europa a non mettere un centesimo nel mercato per acquistare calciatori. Rischiatutto, e il risultato si è visto. Vigileremo.

Bessa. Setti ha chiarito una volta per tutte. “Mi ha detto che qui non ci voleva più stare”. Con l’aria da bambino viziato sbatte la porta a fronte di prestazioni risibili. Prende schiaffi in allenamento da qualche compagno. Non ha gratitudine verso chi dal nulla lo ha portato ad essere un giocatore conosciuto e capitano in A. Festeggia il gol alla sua squadra. Per il resto, riserva o poco più a Genova.

Caceres. È stato leader in campo e attaccante aggiunto, due qualità necessarie come l’ossigeno nell’aria, in questo Verona. Una formula magica, quella del suo arrivo in gialloblù, destinata a concludere amaramente il suo incantesimo a gennaio. Perdita gravissima.

Danzi. Andrea ha classe innata. Un talento veronese da preservare e far emergere. Ha iniziato a farlo Pecchia, dovrà continuare il prossimo. Mille auguri a questo ragazzo.

Eh, già, sembrava la fine del mondo, ma siamo qua. Alla fine diremo così, da eterni tifosi mai domi. Portandoci addosso un’altra cicatrice da retrocessione, che questa società non dovrà mai dimenticare. Perché com’è stato fatto quest’anno il calcio in A non si può proprio fare. Làssa star, dicono a Verona.

Fusco. La simbiosi con l’allenatore ha premiato lo scorso anno, non in questo. Lo abbandona dopo Benevento per salvargli la panchina. Pazzo nell’accettare di fare una A senza dinero. Ma i conti sono risanati e Setti gliene sarà eternamente grato. Vulcanico, sognatore, idealista. Stoppa di tacco le uova congelate lanciate sul campo di allenamento. Non risponde al telefono di chi prima lo attacca e poi sbava per intervistarlo. Il carattere non gli manca, le idee nemmeno, i quattrini sì. Ripone troppa fiducia in alcuni giocatori e in alcuni procuratori. Fa errori, tanti, e lo ammette. Insultatissimo, Cannella a confronto riceveva mazzi di rose profumate. Ma almeno lui non fa promesse da marinaio. Una storia, tra lui e Verona, destinata a finire presto.

Giampaolo Pazzini. La “pietra dello scandalo”. Bastino i numeri. Sempre in campo tanto o poco, 4 gol su rigore. Tanta fatica a tenere il passo della A. In Spagna gioca ancora meno, segna ancora meno, e il “kit” rimane nell’armadio. Non si scansi, anche lui è responsabile della fallimentare stagione gialloblù. Auguri per un ritorno da protagonista, difficile da immaginare a Verona. Ma, mai dire mai.

Heurtaux. Arriva, anche lui, nella comitiva dei prestiti, con una condizione fisica da ricostruire. C’è posto a fine estate, come per Cerci e Buchel , nel centro riabilitativo dell’Hellas. Entra in condizione tardi, la riperde. Non avrà i 50 mila euro di premio per le 20 presenze, fermandosi, ad ora, a 16. Forse per questo la moglie promette battaglia a colpi di social.

Insulti. Mai piovuti così tanti in campo al trio presidente, ds e allenatore. Il repertorio è aumentato a dismisura. Inevitabile la contestazione, certe figuracce si pagano anche così. Tanti, venendo da fuori, si sono stupiti di come una squadra ancora in corsa potesse essere così “maltrattata”. Bisogna, certo, per capire, calarsi nelle situazioni, che sono differenti da città a città. Però sarebbe bello tornare a vedere un tifo unito. Osvaldo Bagnoli, il grande saggio, disse nel 1990: “Se ci sono i risultati non ci sono le polemiche”.

Kean. Arriva che ha ancora 17 anni. Si guadagna la fiducia gara dopo gara. Ha potenzialità da campione. Perderlo a marzo è stato deleterio. Unica freccia vera di un attacco privo totalmente di finalizzatori. Se saprà crescere, avrà un gran bel futuro davanti.

Laner. Accetta il ruolo di giocatore bandiera. Si allena con professionalità, non gioca e non protesta. Dà una mano allo spogliatoio. Un esempio ai malati di protagonismo del giorno d’oggi. Merita un paluso.

Michelangelo Albertazzi. Scatena una guerra legale contro il suo club, la vince. Non contento rilascia poi interviste al veleno. Dovrà forse, per questo, convocare nuovamente gli avvocati. 28 anni, rifiuta, dopo un grave infortunio, varie soluzioni di trasferimento. Resta l’uomo immagine della palestra di riabilitazione.

Nicolas. Prima regola per salvarsi avere un portiere affidabile, se non si può averne uno davvero forte. Tentare di farne crescere uno cammin facendo è un rischio enorme, una sorta di follia, che il Verona ha pagato. Trasmette paura al reparto, coi piedi è terrificante. Sarà, con ogni probabilità, ceduto nel prossimo mercato.

Orgoglio. La squadra ne ha mostrato talmente poco da scordarne perfino il significato. E, più che i risultati e il mercato, è questo che il tifoso del Verona (ma di qualunque squadra), giustamente, non perdona.

Pecchia. Apriti cielo. Solissimo, si prende, come è scontato che sia a fronte dei risultati negativi, tutti gli strali possibili, anche quelli che vanno oltre la dura critica per finire nel bieco attacco alla persona. Confermato a oltranza, probabilmente con suo grande stupore, lavora sul campo dalle 8.30 del mattino fino al pomeriggio per trovare un bandolo che gli sfugge di mano ogni buona volta. Non è simpatico in conferenza stampa (che non vuol dire maleducato, anzi, è tutto il contrario), non ha messo una parrucca gialla quando è stato promosso in A. Ma non cede a chi lo vorrebbe prostrato a umiliarsi. Per il resto parlano i risultati. Ha commesso  errori, si è preso la responsabilità. Ha cercato di mettere insieme un gruppo mai così debole in una A del Verona, concetto che sembriamo qui gli unici a ricordare e ribadire. A tratti ci è pure riuscito. Doveva andarsene, Fusco si è immolato al suo posto e forse ha fatto male. Gavetta di fuoco, in bocca al lupo.

Quantico. Ci vorrebbe l’FBI per indagare sui gossip di questa stagione, tramutati in grandi casi pur di non parlare di calcio, seppur quello modesto del Verona. Cassano, Albertazzi, Pazzini, Bessa, Volpi, società satelliti, Cerci, Verde e via dicendo. Una marea di boiate tra qualche verità. Di certo nel Verona si è perso il polso della situazione, bisognava essere più chiari, fare scelte più nette e farle prima, spiegare per tempo determinate situazioni. Setti ha iniziato a parlare di più. Speriamo prosegua, quando necessario.

Romulo. Uno dei più irritanti calciatori gialloblù degli ultimi anni. Bravo ragazzo, ma in campo si accende nemmeno ad intermittenza, ma solo quando vuole, per il resto rischia anche di combinare guai. In questo campionato doveva essere decisivo, ma è la continuità che fa la differenza, e lui non la conosce. Sopravvalutato, amletico, più di un televisore deve essere andato in frantumi a causa sua.

Silvestri. Andava quantomeno messo in competizione con Nicolas. Errore grave, forse il più grave, non averlo fatto. Dimostra di essere all’altezza nelle rarissime volte in cui è chiamato a difendere i pali. Sarà lui il primo portiere del Verona il prossimo anno.

Tupta. Nel deserto di attaccanti, è un altro giovane su cui puntare, che il prossimo anno, se rimarrà al Verona, avrà occasione di far capire di che pasta è fatto e se può davvero essere utile alla prima squadra. Largo ai giovani, allora, ma con giudizio, vero…

Unità. Necessario ritrovarla, senza quella il Verona non è il Verona e perde la sua forza. Qualcosa si è rotto, va aggiustato perché si è arrivati ai limiti dell’autodistruzione. Ci vuole grande pazienza e sopportazione da parte della gente, e quella non si può pretendere, almeno finché il detto del saggio Osvaldo (vedi sopra lettera I), non sarà attuato.  Prima i risultati. Siamo stufi di vedere i nostri figli delusi. Basta presentare una squadra che parta con maggiori certezze e non piena di scommesse. E che sappia lottare per questi colori.

Valsamoggia. E’ il comune nel bolognese dove ha sede la Macron. Con essa si dice torneranno il vero giallo e il vero blu sulla maglia del Verona. Faremo come Tommaso, prima vogliamo vederla. Poi faremo una colletta e ne spediremo una a Gardini.

Zuculini, Franco. L’unico combattente. Una qualità, la capacità di lottare sempre, che anch’essa ha un prezzo sul mercato. Bisogna saperla trasmettere anche a chi non ne ha? Sì, ma spesso cavare il sangue dalle rape è dura.

Alè Verona!

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