E orA vogliAtegli bene

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Il Verona promosso è il riconoscimento al lavoro di Pecchia, l’anti-capopolo per eccellenza

“Ai tifosi non bisogna dire, bisogna fare” parole di Fabio Pecchia, l’uomo che con il lavoro, la serietà, e l’educazione ha messo tutti d’accordo riportando dopo un solo anno di purgatorio tra i cadetti il Verona nei cieli della massima categoria. Sotto le stelle della notte più bella, il buon Fabio ha mantenuto il suo aplomb in totale antitesi alla categoria di allenatori ultrà, strilloni di professione e grilli parlanti di cui il calcio attuale abbonda.  Davanti al tripudio del popolo non ha indossato gli abiti da Masaniello (quanto sarebbe stato facile!) ma ha preferito rimanere fedele al suo stile lasciando tutto il palcoscenico ai suoi ragazzi con un gesto di grande classe e signorilità.

Potremmo pensare a una figura come l’antieroe Chesley “Sully” Sullenberger, il pilota d’aereo immortalato sul grande schermo da Clint Eastwood. Preferiamo tuttavia rimanere in casa, oggi più che mai. I tempi sono cambiati, le personalità e i caratteri sono ovviamente molto diversi, ma nell’atteggiamento modesto e riservato ci ricorda un piccolo grande uomo che ventisette anni fa proprio a Cesena concluse con un’amara retrocessione il ciclo d’oro della storia dell’Hellas. Per chi ebbe la sventura di vivere quella giornataccia, andare a riprendersela proprio lì è stata una liberazione da un incubo, oltre che una grande emozione.

Arrivato in estate tra lo scetticismo generale in una piazza arrabbiata e sfiduciata dopo una stagione sciagurata, ha indossato capellino, calzoncini e maglietta mettendosi subito al lavoro con grande dedizione ed energia. Dalla sua bocca non sono mai usciti proclami e facili promesse, che nel calcio non portano poi mai a nulla di buono e sono semmai il primo legittimo motivo per diffidare di qualcuno. In tutti questi mesi lo  abbiamo sempre sentito replicare senza stizze, ma con garbo e serenità anche alle legittime domande più scomode e cattivelle. Lavoro, lavoro, e ancora lavoro. Non ha predicato altro l’avvocato di Formia. L’inizio è stato col botto: la squadra girava a meraviglia e dava sfoggio di calcio spumeggiante, roba da spellarsi le mani. Poi due partite maledette, nove ceffoni presi in appena una settimana da Novara e Cittadella, hanno fatto girare Saturno e creato crepe evidenti nel muro delle certezze. Il Verona perdeva entusiasmo e punti, s’ingrigiva di settimana in settimana così come la sua classifica.

Dopo la sosta natalizia è arrivato il momento più difficile iniziato con la serie nera delle sconfitte in trasferta e culminato con il tonfo casalingo contro lo Spezia. Poteva saltare Pecchia, forse una valigia in cuor suo l’aveva anche fatta preparandosi al peggio. Sarebbe il caso di farsi un giretto sui social e leggere i post che il webbismo militante gli dedicava in quei giorni nemmeno tanto lontani. VATTENE era forse la più affettuosa delle carinerie. Lui non batteva ciglio e con umiltà continuava a sgobbare alla ricerca dell’antidoto giusto. Ha commesso errori certo,  nessuno del resto gli ha fatto sconti. Ma nei giorni più difficili va detto che ha avuto il merito di trovare la cura e dare alla squadra le tre cose di cui più aveva bisogno: quadratura, equilibrio e concretezza. Il Verona si è fatto meno bello, ma molto più solido. Necessità, virtù.

Da lì ha svoltato e ha fatto il filotto che lo ha trascinato fino a un traguardo voluto, sudato, e meritato. Ieri sera il buon Fabio non ha spalancato le ali del pavone (chissà quanti altri lo avrebbero fatto al posto suo…). Si è limitato a  ringraziare la società per avergli dato fiducia quando il benservito non avrebbe fatto gridare allo scandalo, e ha poi dedicato la promozione a Rafa Benitez. Giusto che gli allievi si ricordino ogni tanto dei maestri. Giusto anche che il presidente Setti abbia fugato ogni minimo dubbio sancendo la riconferma nella bollente sala stampa del Manuzzi. Sarebbe anche giusto che ora qualcuno gli dicesse almeno grazie. Il suo basso profilo rimarrebbe tale, non gli si gonfierà certo il petto per questo. Non è tipo, credeteci. Ma lo troveremmo un bel gesto che al cuor suo farebbe tanto piacere. Anche al nostro.

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