Il Verona e la sindrome di Nino La Rocca

Il Verona e la sindrome di Nino La Rocca

L’Hellas a Bergamo sbaglia e paga. L’inconsistenza è un problema da risolvere alla svelta

Le partite di calcio lasciano strascichi. Ti alzi il giovedì mattina e la prima cosa che pensi è che le balle ancora ti girano. Succedeva tanto tempo fa ai francesi quando Ginettaccio sulle strade del Tour gli faceva ingoiare la polvere, figuriamoci a noi che,  se si esclude qualche piccolo barlume di ottimismo qua e là, da metà agosto altro non vediamo. La sconfitta di Bergamo fa rabbia. Alla legge del pallone tuttavia non si scappa: chi sbaglia paga. Alla fine i cocci sono stati tre.

 

La Dea i ceffoni ce li ha mollati nella ripresa come un sorta di castigo per i nostri sprechi del primo tempo.  I bergamaschi erano stati tutto sommato generosi nei nostri confronti; giocando a basse frequenze, nella prima parte di gara ci avevano consentito di tenere bene il campo e di mostrare in fase d’impostazione e fraseggio il nostro lato migliore. Pecchia aveva ridisegnato la squadra con un 4-2-3-1; Fossati affiancava Bessa, ieri sera regista basso; la linea a tre formata da Cerci, Verde, e Fares, a supporto del giovane Kean, preferito a Pazzini. Vederli insieme in un 4-4-2 o in un 3-5-2 è bandito dal codice pallonaro dell’avvocato in panchina. Bene o male ormai ce ne siamo fatti una ragione. Il Verona è comunque apparso equilibrato e ordinato, ma non solo.  Ha confezionato almeno quattro nitide palle gol: tre con Kean, una con Cerci. La terza capitata sui piedi del teenager juventino, è stata la più clamorosa: bastava solo spingere il pallone in rete, ma lo ha calciato nell’unico punto dove non doveva, vale a dire sulla sagoma di Gollini. Quattro palle-gol non sfruttate in 45 minuti sono un lusso che il povero Hellas di questi tempi non si può permettere. La sonnacchiosa Atalanta, senza dannarsi più di tanto ha presentato il conto nella ripresa. La sferzata cui il sergente Gasperini deve aver sottoposto i suoi prodi nell’intervallo, è servita per alzare un tantino il ritmo; nel centenario di Caporetto, tanto è bastato per travolgere i nostri militi.

 

Nel primo tempo, Bessa nelle vesti di Pirlo non ci era affatto dispiaciuto. Da tempo invocavamo un suo arretramento per renderlo il fulcro della nostra azione.  Ieri  non ha mostrato niente di trascendentale sia ben chiaro, ma il Verona in mezzo al campo ha bisogno come il pane di piedi educati con cui mettere in pratica un’idea. Il pasticcio, il talentuoso brasiliano lo ha combinato nella ripresa. Per meritarsi le chiavi del gioco, servono condizione, personalità, umiltà, e altrettanta lucidità. Nel modo in cui il Papu Gomes gli ha sottratto il pallone, Bessa ci ha fatto al figura del pollo. Lo scorso anno in cadetteria, il brasiliano era un valore aggiunto che faceva la differenza. Quest’anno è finora il nostro uomo in meno: viaggia a fari spenti e stenta. Che pagasse il passaggio di categoria, ci poteva stare; meno, che lo pagasse molto più del previsto. Un’ altra cosa tuttavia ci preoccupa. Fisicamente lo vediamo più prestante, ma un po’ imballato. In estate deve aver svolto un lavoro di potenziamento muscolare. Non vorremmo che, come già accaduto in casi del passato, si fosse  esagerato a far su massa a scapito dell’agilità. Speriamo di sbagliarci, ma se il suo rendimento non cresce, per il Verona sono guai seri.

 

Detto questo, la partita di ieri sera non ha fatto altro che confermare ciò che queste prime dieci giornate di campionato hanno evidenziato: il Verona è un pugile che si muove bene sul ring, ma manca del colpo risolutore e, se messo alle corde, vacilla. Colpito, non trova la forza di reagire e va alla deriva mettendo a nudo tutta la propria fragilità. Senza elevarci troppo in intellettualismi, più che nelle pagine del noto romanzo di Milan Kundera, la chiave di lettura la possiamo trovare  nell’ Insostenibile Leggerezza dell’Essere di Nino La Rocca, pugile tecnicamente bravo, ma drammaticamente inconsistente. Negli anni ottanta voleva prendersi il mondo il buon Nino, romano del Mali cui fu affibbiata la gravosa etichetta di “Italian Alì”. Paragone irriverente, ingombrante, e fuorviante; fu così che il mondo lo schiacciò e si prese lui. Facciamone tesoro.

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