La grinta per salvarsi

La grinta per salvarsi

Verona tutto cuore con il Torino: ora i gialloblù non tornino indietro

Si chiama “Garra Charrùa”, segnatevi quest’espressione. L’hanno inventata in Uruguay quando la Celeste conquistò il titolo sudamericano nel lontano 1935. E’  sinonimo di grinta e temperamento,  ma è ascritta a manifesto di quelli che non mollano mai e non si arrendono nemmeno quando “Saturno contro” pare aver già decretato un destino a pollice verso. Gli uruguagi hanno pescato la definizione dalla storia. “Garra” letteralmente sta a significare “artiglio”, ma è il termine “Charrua” a rafforzarne il significato. La Charrùa era una tribù del Rio de La Plata, che a lungo resistette senza mai piegarsi alle angherie dei Conquistadores. Successivamente si battè fieramente rivendicando l’indipendenza. L’11 aprile del 1831 i Charruas furono massacrati, vittime di un genocidio perpetrato dal primo presidente dell’Uruguay Fructuoso Rivera. Nella memoria storica il loro sacrificio è simbolo di orgoglio, fierezza, vigore.
Se Hollywood ha escogitato i Die Hard (duri a morire), noi italiani tiriamo orgogliosamente e masculinamente in ballo la solidità dei genitali di “quelli con le palle”; non sarà una locuzione elegantissima, ma ha il pregio di rendere in modo un po’ spiccio le cose molto chiare. Nel calcio latinoamericano la Garra Charrua sta nel DNA dei club e delle nazionali di Argentina e Uruguay. E’ quel valore aggiunto con cui i pedatori del Rio de La Plata spezzano (spesso a randellate) i fini ricami dei supponenti brasiliani. Affascinata dal calore appassionato di quel calcio e dai suoi celebri cantori Galeano e Soriano, anche la vecchia Europa prende oggi a modello la Garra Charrùa. Noi stessi l’abbiamo invocata spesso di fronte alle mollicce prestazioni dell’Hellas in questo primo scorcio di stagione. Qualche bagliore contro la Sampdoria, ma nulla di più. Anzi, quando ci è toccato di assistere inermi al supplizio di vedere la Lazio affondare il coltello nello squacquerone, ci siamo chiesti dove fossero finiti gli attributi mostrati solo quattro giorni prima contro i blucerchiati.
A Torino eravamo preparati al peggio. E invece la squadra di Pecchia ha tirato fuori gli artigli, la Garra per l’appunto. Sin dalle prime battute abbiamo notato tutti un Verona diverso, finalmente più pimpante e convinto. La squadra ha dato subito l’impressione di essersi scrollata di dosso paure e titubanze mettendo da parte la timidezza. Poi quando nel giro di pochi minuti, la combinazione di montanti sferrati dal Torino ci ha messo due volte al tappeto, abbiamo rivisto le streghe. “Ecco il solito Verona dalla buone intenzioni, ma che alla prima difficoltà si scioglie e svanisce” abbiamo pensato. Non questa volta. Se nel primo tempo la squadra ha mostrato un’idea di calcio, discutibile finchè vuoi nelle scelte ma pur sempre un’idea, nel secondo ha fatto ricorso alla Garra. Sarà stata la forza della disperazione o magari un discorsetto in settimana di Filippo Fusco, che del calcio sudamericano è fine conoscitore e appassionato lettore, ma nella ripresa abbiamo visto la Garra Charrua sbarcare dalle rive del Rio della Plata a quelle dell’Adige.
I gialloblù correvano e mordevano come undici doberman tenuti in gabbia senza polpette da una settimana. Alla fine le polpette sono arrivate nel concitato e tecnologico finale Varista. Per la precisone sono state due, i punti uno. Un piccolo passo in classifica, ma un balzo gigante sotto il profilo del carattere e del morale. Questa squadra ha disperato bisogno di ritrovare un minimo di autostima. Ieri ne abbiamo confezionato sottovuoto un vasetto. Dire che abbiamo ritrovato il nostro Verona, è prematuro, certo che lo spirito battagliero messo sul prato del Grande Torino, magari con due punte come nei secondi 45′, lo vorremmo sempre vedere.  Ora arriva la sosta e quasi ci dispiace perché avremmo potuto affrontare i prossimi due delicati impegni con Benevento e Chievo con una rinnovata carica di energia. Pecchia e i suoi ne approfittino allora per fare intanto tesoro della lezione di Torino. Se a maggio vorremmo tutti ritrovarci a galla, quella di ieri è la forza con cui remare nelle acque agitate. Chiamiamola pure Garra Hellas. Che mai ci abbandoni.
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