La spiaggia di Dunkirk

La spiaggia di Dunkirk

Il Verona va a fondo, ma qualcuno ci gode pure: è la dura legge dei social

di Lorenzo Fabiano, @lollofab
Bisogna pur ammetterlo. Aver perseguito una linea moderata, predicato prudenza, avere preso le difese di Fabio Pecchia cercando fondamenta nel ragionamento non ha portato nulla, se non un carico di delusione e frustrazione. In tanti anni, mai avevamo assistito a quanto accaduto ieri al Bentegodi. Di sconfitte umilianti, ahinoi, ne abbiamo vissute tante, tuttavia mai avevamo visto una curva svuotarsi seguita in larga parte dalle altre zone dello stadio. Al di là del peso dello 0-3 maturato in uno scontro diretto che avrebbe dovuto permetterci di coltivare residui germogli di speranza, la desertificazione della gradinata è la cosa che ferisce di più. La frattura tra società, presidenza, dirigenza, e allenatore da una parte, e tifoseria dall’altra appare ora un solco insanabile. Un rapporto, mai peraltro decollato, che ieri ha conosciuto il suo momento più nero.
Il clima che avvolge da tempo l’Hellas Verona, ha finito per inghiottire l’ambiente con lo stesso vigore con cui un Folletto Vorwerk aspira la polvere dal pavimento. La fragilità con la quale questo Verona non regge la pressione e cede, è sin troppo evidente. Per questo in questi mesi ci siamo sforzati d’invocare nella critica (sacrosanta) un po’ più di equilibrio nel giudizio. Rimaniamo convinti che questa squadra, seppur con tutte le sue lapalissiane lacune se la sarebbe potuta giocare e forse ce l’avrebbe anche potuta fare. Pensieri da sognatori e folli visionari. Sulla spiaggia di Dunkirk non arriverà nemmeno una bagnarola a trarre in salvo la truppa abbandonata al proprio destino. Hanno vinto quanti hanno per mesi e mesi cavalcato la tigre seminando veleni e invettive guadagnandosi notorietà, stima, un pollice alzato sui social.
Onore ai vincitori quindi, vergogna e maledizioni agli sconfitti. Così da sempre va il mondo. E’ il trionfo del populismo, di un giornalismo “Travaglista” (passateci il termine) che affila le lame e schiuma di edonista piacere nell’infilzare la preda. Il pallone non è che l’ultimo anello di un sistema che viene da sfere ben più elevate e investe il paese in ogni suo aspetto. Fabio Pecchia è salito dalla scalinata che conduce in sala stampa come un Dead Man Walking che si appropinqua alla sedia elettrica. Ad attenderlo c’era chi godeva di sadismo, e chi, come noi sventurati, provava il rispetto umano per una persona perbene e un serio lavoratore, preso a ceffoni e calci nel sedere dal dileggio e la rabbia popolare. Forse sarebbe stato meglio rifugiarsi nel silenzio stampa per evitargli un simile supplizio. Tuttavia, essendo un professionista, è pagato anche per questo. E’ il gioco che fa parte del mestiere. Detto questo, la sua sofferta avventura sulla panchina dell’Hellas è arrivata all’atto finale. Umanamente glielo auguriamo.
Come se non bastasse, in serata è arrivata anche la scomunica delle istituzioni cittadine attraverso un post in Piazza degli Sputtanati, che gli americani chiamano Facebook. La contestazione incassa l’endorsement di Ciro Maschio, presidente del Consiglio Comunale di Verona. Maschio plaude alla rivolta di popolo e definisce Setti, Fusco, e Pecchia come INDEGNI. Termine durissimo, che sottolinea lo spregio di un biasimo morale, che si confà al lunedì nero da bar sport, ma che un alto rappresentante delle istituzioni farebbe bene tenere a risparmio nella musina della dialettica. In alto i forconi! Le scialuppe rimangono ormeggiate nei porti di Oltre Manica: dal mare sulla spiaggia di Dunkirk, non arriva nessuno…
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