Mercato nostalgico stomp

Mercato nostalgico stomp

Chi compra e chi vende, chi si muove e chi sta fermo. Ma nulla è più come (l’altro) ieri

Once upon a time all’Hotel Gallia. C’era un tempo in cui il calciomercato era il passatempo dell’estate, un po’ come John Wayne nell’allegro sound cantato da Raphael Gualazzi. Eravamo affamati di notizie allora. Oggi, nell’era della bulimia mediatica ne siamo così sazi che soffriamo di seri problemi digestivi. Come sono lontane le estati in cui pregavamo affinché il Commenda Saverio scucisse il becco di un quattrino in più per rinforzare la squadra e garantirsi una salvezza tranquilla, oppure sfrecciavamo sulla Vespa verso l’Hotel Vittoria in Via Adua quando in un torrido pomeriggio del giugno del 1984 arrivò la notizia dell’arrivo di due campioni come Elkjaer e Briegel.
Sono ricordi che oggi fanno quasi tenerezza e assumono la forma di fotogrammi seppiati, testimoni di un calcio che non esiste più (concedeteci la retorica perché è fortemente voluta). La campagna trasferimenti aveva allora un inizio e una fine in un segmento di tempo nemmeno tanto lungo, ma sufficiente per portare a termine le trattative. A cose fatte le squadre si radunavano e partivano per i rispettivi ritiri con le rose al completo. Andavamo allora a scoprire i nuovi arrivati, rinnovavamo gli abbonamenti, e infine attendavamo con entusiasmo e fibrillazione l’avvio della nuova stagione.
Tutto aveva un senso e un filo logico che scorreva nelle linee della correttezza e del rispetto nei confronti del primo vero patrimonio di ogni club, vale a dire la figura del tifoso. Oggi di tutto questo non vi è traccia. Tutto dimenticato, tutto buttato come le vecchie carte al macero. Tutto è cambiato perché nel sistema attuale è venuta meno la centralità del tifoso stesso, relegato a un ruolo sempre più marginale. Il calciomercato è oggi uno showbiz che inizia il 1 giugno e termina il 31 agosto, una telenovela quotidiana, arricchita ogni giorno di ricami e arabeschi, per lo più fittizi e artificiosi. Canti di cicale incessanti e noiose sotto il solleone. Giugno e luglio sono dedicati alle chiacchiere e alle speculazioni, tanto gli affari si fanno all’ultima settimana di agosto.
E qui sta il punto su cui già lo scorso anno ci permettemmo di battere i tasti.  La questione ci sta a cuore. Il calcio pare abbia preso a modello il peggio della politica, dove prima si vota e solamente a urne chiuse si fanno le colazioni di governo.  E’ come si comprassimo un biglietto per il cinema senza che ci sia stato comunicato il titolo del film in programmazione. L’abbonamento sottoscritto dai tifosi assume i connotati di un bond o un future nel gioco degli imprevisti e delle probabilità della finanza. Insomma si acquista un prodotto sulla fiducia, così, quasi per scommessa. Un atto di fede e di amore, certo, ma non confutato da motivazioni tangibili ed oggettive di cui ogni consumatore avrebbe diritto. Se aggiungiamo che l’agenda dei calendari finisce per essere stravolta dalla scomposizione dello spezzatino, il danno nei confronti dell’acquirente è lapalissiano.
In altre sfere, ci sarebbero i presupporti per una class action da parte del consumatore, palesemente tratto in abbaglio. Detto questo, la data del raduno e della partenza della truppa di Pecchia per il ritiro si avvicina. In molti saliranno all’ombra delle splendide Pale di San Martino per vedere e scoprire un’ opera incompiuta al posto dell’originale. Tutti sappiamo infatti che troveremo un gruppo ben diverso da quello arruolabile  il 20 agosto per la prima giornata di campionato. Nemmeno per la sacralità delle Dolomiti c’è rispetto. Pare tutto ciò sia una prassi talmente consolidata da apparire normale. Perdonateci se a noi sembra invece proprio di no. 
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