Non è finita finché non è finita

Non è finita finché non è finita

Danno e beffa per il Verona con il Pisa, ma ci sono dieci partite da giocare a tutta

Era avvilito Fabio Pecchia quando lo abbiamo incontrato insieme a Filippo Fusco nei sotterranei del Bentegodi. Nei suoi confronti abbiamo sempre cercato di mantenere un atteggiamento di equilibrio: elogi quando li meritava e critiche senza sconti quando ci stavano. Ieri ci siamo sentiti in dovere di soffermarci un attimo ad esprimergli la nostra stima. Ci sembrava giusto farlo. Come ha ribadito lo stesso presidente Setti, Pecchia ha il pregio di essere un uomo colto, preparato, e soprattutto onesto. Ha dentro la cultura del lavoro. In un paese come questo, chi ce l’ha merita un plauso a prescindere. In panchina mette la stessa energia che lo contraddistingueva da giocatore: uno che sgobba e fatica senza il minimo risparmio.

Sia chiaro che al Verona il giovane tecnico di Formia sta dando tutto. Nessuno nega abbia compiuto errori, come del resto abbiamo più volte sottolineato proprio da queste colonne, ma se ieri pomeriggio la  squadra avesse preso i tre punti che meritava, gran parte del merito sarebbe stato proprio suo.  Siamo cresciuti in un calcio in cui gli allenatori erano dei sarti che ritagliavano gli abiti su misura degli uomini a disposizione. Oggi molto di frequente assistiamo all’esatto contrario. Prima vengono disegnate le creazioni e poi sono confezionate con il rischio che le misure non siano quelle giuste. Un giorno Dino Zoff ci ha detto: “Il calcio è un gioco molto semplice, peccato ci siano dei presunti fenomeni a renderlo complicato”. Spesso abbiamo imputato a Fabio Pecchia di privilegiare il modulo agli uomini sacrificandoli sull’altare del 4-3-3. È capitato infatti di vedere qualcuno indossare taglie visibilmente abbondanti (es. Zaccagni esterno sinistro a Vercelli) oppure troppo strette (Bessa deve sempre stare all’epicentro del gioco). Invocavamo a gran voce l’impiego di una seconda punta in supporto a Pazzini. Vedevamo in Siligardi l’uomo giusto per poter svolgere  quel compito che del resto già ben faceva ai tempi di Livorno quando lui e Paulinho spaccavano le difese.

Ieri Pecchia ha avuto il coraggio e l’umiltà di voltar pagina. Non è da tutti. Ha varato la difesa a tre, sfoltito le corsie, e piazzato l’ex livornese al fianco del bomber gialloblù con Bessa a rifinire. La mossa ha dato tangibili segnali di crescita. Siligardi non solo ha fatto gol ma ha giocato finalmente una gara all’altezza meritandosi, per una volta, gli applausi della gente alla sua uscita dal campo. La squadra ha ritrovato passo e vigore. La palla scorreva con maggior velocità sul prato verde. Nella ripresa i cambi sono stati forzati: Siligardi ha chiesto la sostituzione, Zuculini era con la spia della riserva accesa e aveva pure rimediato un brutto colpo nel primo tempo; Pazzini era un miracolato dell’ultima ora. Il Verona stava gestendo il vantaggio senza affanni con il Pisa aggrovigliato in uno sterile possesso senza sbocchi.

Proprio quando stavamo battendo i tasti per aprire e mettere in cassaforte  tre punti preziosi,  alla prima occasione è arrivato come un fulmine a ciel sereno il pareggio dei toscani. Poi ci si è messo il mediocre Rapuano a completare la frittata. E’ finita con la rabbia e l’amarezza di chi si è visto sfilare la dote che con pazienza e sagacia si era guadagnato. Mancano ora dieci partite alla fine. Come ha detto Filippo Fusco venerdì pomeriggio, saranno dieci finali. Vero che siamo terzi a quattro punti dalla vetta e che la beffa di ieri è stata una pugnalata al cuore, ma  se il nuovo Verona ridisegnato da Pecchia non sarà un placebo e troverà continuità, Saturno magari girerà anche dalla nostra parte e allora vedremo come andrà a finire. Intanto stringiamoci attorno al questo giovane allenatore e mettiamo da parte lo scetticismo. Lo merita. I bilanci li stileremo a tempo debito.

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