QUEL GRAN CAPITÁN CHE ABBANDONA LA NAVE

QUEL GRAN CAPITÁN CHE ABBANDONA LA NAVE

Rafa Marquez lascia il Verona ultimo. Che non lo rimpiangerà

Quando sul mio telefono era arrivato l’sms della conferma, avevo avuto una specie di mancamento: “Rafa Marquez firmerà domani con il Verona, è fatta”. Alle 6.30 del giorno dopo mi apposto all’ospedale Sacro Cuore di Negrar. Le bocche cucite per me erano la conferma: “El Gran Capitán” sarebbe arrivato di lì a poco. Non parlo una parola di spagnolo. Mi appunto questa frase, che ho ancora nelle note del mio iPhone: “Hola Capitàn. Eres feliz?”. Credo nemmeno sia corretta. Lui arriva in un minibus privato e me lo trovo davanti: “Hola Capitàn. Eres feliz?”. “Muy”. Le prime parole di Sua Maestà Marquez in Italia.

Maurizio Setti aveva chiamato Sean Sogliano durante il Mondiale brasiliano. “Prendi quello lì”. Sogliano in poche ore intavola la trattativa, lo convince, gli riduce lo stipendio e lo consegna infiocchettato al patron. A me sembra di sognare. Finché non lo avevo visto con i miei occhi per me era solo fantasia.
“Non capite” dicevo a chi, lo scorso anno, lo definiva un ex giocatore. Mi sentivo il suo avvocato. Ma perché non capiscono? “Guarda i movimenti, guarda il piede… Lui è abituato a proporre, a costruire da dietro”. In realtà ero io a non aver capito. Rafa Marquez già lo scorso anno aveva in mente solo la nazionale messicana e la sua fondazione benefica. Verona ero uno stipendificio, da dove poteva allontanarsi quando voleva grazie ai permessi societari. Non è mai valso più di un difensore qualunque del campionato italiano. In un anno e mezzo di lui si ricordano i rigori causati, i cartellini gialli e rossi messi in bacheca e un fantastico dribbling su Matri che gli aveva riso in faccia ed era andato a fare gol. Gli è sempre andata liscia grazie agli sdraiati come me, abbagliati dal suo passato e con gli occhi chiusi sul suo presente da semi-pensionato.
Ora che il Verona va dritto verso la Serie B, El Gran Capitàn, la leggenda, l’eroe nazionale messicano, l’intangibile Rafa, semplicemente va via. Non ci pensa nemmeno a combattere fino alla fine, come farebbe non eroe ma semplicemente un uomo. No. Lui da un giorno all’altro risolve il suo contratto con il Verona (che risparmierà circa 400 mila euro e a quanto pare ne guadagnerà circa 250 mila di cartellino) e ne firma un altro in Messico. Per lui è già iniziata un’altra avventura. Il Verona, per lui, non esiste più. Davvero si può essere così indifferenti? Da #actitud ad #adios nel giro di un minuto.
Nel mio armadio custodivo la sua maglia autografata. Pensavo che un giorno l’avrei mostrata a mio figlio raccontandogli il peso di quella numero 4, la storia del più grande campione (sulla carta, anche sbiadita ad onor del vero) mai arrivato a Verona. Ieri l’ho regalata, l’ho lasciata in redazione a Telenuovo, non so nemmeno chi l’abbia presa. Non l’ho buttata via perché comunque è la maglia della mia squadra. Quella maglia non posso tenerla accanto a quella di Luca Toni e Pierino Fanna. Perché è la maglia di un disertore, di un traditore, di un (non lo prenda come un insulto ma come un tecnicismo) vigliacco.
Vladimir Vladimirovič Majakovskij scrisse un giorno che “In una nave che affonda gli intellettuali sono i primi a fuggire, subito dopo i topi e molto prima delle puttane”.
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