Quell’amico dall’altra parte del mondo

Quell’amico dall’altra parte del mondo

Una telefonata che fa capire che cosa significhi amare il Verona

di Lorenzo Fabiano, @lollofab
La telefonata da oltre oceano arriva a metà pomeriggio. È l’amico che non vedi da vent’anni, con cui ne ha fatte tante di cotte, e decisamente meno di crude, e insieme a lui hai condiviso gioie e dolori legati ai destini dell’Hellas Verona. Gli racconto della notta magica, della partita perfetta, di uno stadio trasformatosi in una polveriera come non si vedeva da tempo.
 
Gli dico che nel pazzo mondo del pallone questo è stato l’anno delle rimonte, e che qui ne abbiamo viste di tutti i colori, se in pochi mesi il Bentegodi è passato dalla desolazione del deserto della partita con il Palermo alla bolgia di domenica sera. È la follia del calcio, che tocca i tasti degli eccessi. «Noi siamo un popolo – mi dice -, una comunità. Quelli là, quelli del Cittadella, a Verona sarebbero sì e no una piazza. Bravi ad arrivare dove son arrivati per carità, ma una piazzetta mica può pensare di far fuori un popolo». Poi aggiunge: «Senti, ma leggo e sento ancora cose che non comprendo. Ma com’è sta cosa che c’è sempre chi critica, chi semina veleni, che rosica e non gli va mai bene nulla. Ma ci siamo dimenticati da dove veniamo? A parte un decennio da favola, la nostra storia l’abbiamo passata in ascensore tra A e B. Qui siamo finiti fuori strada; a parole sono tutti con la soluzione in tasca, tutti imprenditori, maghi della finanza e grandi manager, eppure di un capitalista veronese (e non son pochi) che voglia prendere in mano la società, non vi è manco l’ombra. Che ne pensi di sta roba qua…?».
 
Gli dico che sfonda una porta aperta. Setti avrà tutti i difetti del mondo, avrà fatto mille errori, starà sulle palle a trequarti della città, ma alla conta dei numeri, qualcosa dalla sua lo trovi: vero che è retrocesso due volte, ma è altrettanto vero che ha centrato tre promozioni su tre (è durissima), e si accinge ora ad affrontare il quinto campionato in massima serie. In centosedici anni non sono tanti (sì e no due. Garonzi e Chiampan, ma poi finirono nel mirino della contestazione entrambi) i presidenti dal Verona ad aver fatto meglio. Consapevole di avervi provocato un attacco d’ulcera, chiedo umilmente venia. Non apriamo la brocca dell’incenso, quello no, ma a casa nostra a Cesare ciò che gli spetta siamo abituati a darglielo. Ma c’è un altro aspetto che va sottolineato: il Verona è oggi una società sana, che paga regolarmente stipendi e fornitori, e non ha pendenze con il fisco. Ok, la solita manfrina dei conti, direte voi. Già, ma se il libro mastro lo avessimo tenuto come i ragionieri di Bari o Palermo, te la do io la notta magica…Forse ce la saremmo giocata a Renate Brianza, a Salò (però la trasferta in traghetto è una gran figata) o in un palpitante confronto con il Giana Erminio! L’amico d’oltre oceano sa che ripeto queste cose da almeno due anni, che spiegare la realtà delle cose è scomodo, che mi è costato anche qualche amico (o presunto tale, visto che mi ha pure aiutato a capire che non era poi tanto vero), e che il mio mestiere non si confonde con l’indice di gradimento; mi paragona allora ad Atlante, quello costretto da Zeus a portarsi il mondo sul groppone.
 
Gli rispondo che l’enfasi è eccessiva, ma se dicessi che non mi piace, peccherei d’ipocrisia. Ciapa e porta a casa, che son tempi di vacche magre. Mi parla di Aglietti che conosce bene: «È un brav’uomo, un toscanaccio schietto. Ha fatto un miracolo. Ha preso una squadra che stava in stato comatoso, e l’ha resuscitata. Ora merita di restare e di avere la soddisfazione di allenare in serie A». Assolutamente. Ha fatto poche cose e tutte buone: tra uomini e assetti (annosa e irrisolta questione tra gli allenatori) ha privilegiato i primi. Così ha rimesso le pedine al posto giusto nelle loro caselle e ricaricato le batterie a chi non ne aveva più. Abbiamo sempre detto che la squadra era forte, ma se il gruppo ha ritrovato l’anima smarrita, il merito è suo. E gli va riconosciuto. Ora la sua chance gli va concessa, perché se l’è guadagnata tutta. Vedremo, ora c’è solo voglia di godersi un momento così dopo tanta sofferenza e vediamo di non massacrarci ai cabasisi con il calciomercato. Per quella roba lì c’è tempo, Possiamo rifiatare un paio di settimane. Parliamo allora di come siamo, delle nostre vite, dei nostri figli. Ma molto di più di com’eravamo, degli anni in cui volevamo spaccare il mondo, ma abbiamo seriamente rischiato che il mondo spaccasse noi. E giù risate. Tutto questo per un pallone, e per una maglia gialloblù. Se n’è andata quasi un’ora e manco ce ne siamo accorti. Un tale diceva che una telefonata allunga la vita, aveva ragione. Grazie vecchio Hellas Verona, grazie davvero.
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