Squadra che non si diverte non vince

Squadra che non si diverte non vince

Laribi ha parlato di un Verona senza spensieratezza. A Lecce il solito ritornello. E ora?

di Lorenzo Fabiano, @lollofab

«Ci è mancata la spensieratezza» ha detto Karim Laribi subito dopo la sconfitta di Lecce.  Sì avete capito bene. La spensieratezza ci è mancata. Basiti, a noi mancano invece le parole. Mah…Pensavamo sinceramente ad altro, magari a qualcosa di stampo decisamente più materialista meno filosofico. Sapete…cose tipo ritmo, corsa, attributi. Insomma quelle robe lì. Sottoponiamo la nostra incredulità a un amico: «Siamo alle categorie dello spirito» chiosa. Ecco, siamo a posto.

 

Il Verona di Lecce è un piatto già servito in abbondanza quest’anno: molle come lo squacquerone, è finito nella piada. Ci era piaciuto a La Spezia, a dispetto del risultato non ci aveva affatto convinto con la Salernitana. Ma si sa del resto come le vittorie siano la migliore delle tute mimetiche. La seratataccia di Via Del Mare ha offerto la solita solfa di passaggi e passaggini, un bolero che a differenza di quello di Ravel mai cresce e mai si eleva. Ciò che ne scaturisce sono la noia del durante e la frustrazione del dopo.

Quelli di Liverani sembravano undici doberman lasciati senza polpette per una settimana. Non appena li hanno liberati dalle gabbie, ci hanno azzannati. E così le polpette siamo stati noi. Ormai il Verona supponente e presuntuoso lo affronti così: ti chiudi e ti accorci, lo lasci specchiare nel narcisismo delle sue trame barocche, poi lo aggredisci, lo prendi a morsi e ceffoni, lo stendi e te lo pappi. Un boccone dopo l’altro. Il teorema della stagione è più o meno così. A onor del vero, questo era anche il filo conduttore che ha accompagnato lo scorso anno l’avventura di Fabio Grosso sulla panchina del Bari. Un’analogia che non sa di casuale coincidenza e sulla quale varrebbe la pena riflettere. L’allenatore del Verona si è giustificato snocciolando la solita filastrocca e asserendo come la sconfitta sia maturata da due episodi. Oddio, tutto su può dire a questo mondo, ma liquidare la faccenda su due episodi, ci riconduce dritti dritti alla mancanza di spensieratezza di Karim Laribi.

 

Detto ciò, Il Verona che gioca su cadenze da quattro passi in vasca in Via Mazzini, ci preoccupa ben di più di quello leopardiano preda dei cattivi pensieri e dei tormenti esistenziali. Eppure basterebbe così poco. La porta sta da quella parte là, il bello bel calcio sta nel provare a raggiungerla nel minor tempo di gioco possibile attraverso linee verticali e rapidi scambi. Il resto lo fanno la ferocia e l’aggressività con cui si sta in campo. Tutta roba, ahinoi, astrusa al nostro Verona, che ai piedi indossa le pantofoline da ballo anziché le Caterpillar. E allora la cosa migliore nel dopo partita di Lecce, l’ha detta Fabio Liverani: «Il Verona? Ha scelto come progetto la via del palleggio. Noi, quella della corsa». Una volta tanto, alla pallonaia si presenta qualcuno che esce dalla sfera delle banalità e spiega in tre parole le cose come in effetti stanno senza inerpicarsi nei tortuosi sentieri della psicanalisi. Non è così difficile,  ameno che la vita voi non vogliate complicarvela da soli. Meditate gente, meditate pure, ma in spensieratezza. Che il Verona vi sia lieve.

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