Un atto dovuto

Un atto dovuto

Le dimissioni di Fusco erano già in agenda, il disastro di Benevento le ha anticipate

di Lorenzo Fabiano, @lollofab
Invocavamo un mercoledì da leoni, ne abbiamo avuto uno da tapiri. Il paventato misfatto si è concretizzato nel Sannio. D’altronde se da quelle parti nell’antichità le Forche Caudine furono fatali alle legioni di Roma, figuriamoci se la nostra spuntata Armata Brancaleone potesse sfuggire a un simile destino. Ieri abbiamo assistito all’atto finale di una stagione da tregenda, iniziata male con le baruffe chiozzotte estive, e finita nella resa incondizionata del Vigorito, dove abbiamo non solo perso partita e campionato, ma pure la faccia (e quella vale molto di più).
I roboanti e bellicosi proclami della vigilia per l’incrocio più delicato dell’anno, si sono manifestati sul campo nello sconcerto di un pianto greco al termine di un’esibizione che definire invertebrata suona come un complimento. Un brutta pagina, una della più brutte di una folta collezione. Filippo Fusco si è fatto da parte; lo ha fatto con le sue dimissioni in diretta tv, attraverso poche e chiare parole. Lo Sceriffo di Settingham ha lasciato la contea, ma il popolo, avuto il suo 25 aprile, non pare essere soddisfatto. Probabilmente voleva godersi il sadico piacere della sua Loreto traslata in Piazzale Olimpia. Nessun pendaglio da forca quindi.
Vale allora la pena (mai termine più azzeccato…!) di ricordare come sono andate le cose. Filippo Fusco è stato chiamato da Setti, più o meno nello stesso modo in cui Re Giorgio affidò le chiavi di Palazzo Chigi a Mario Monti sotto la tempesta dello Spread. Le misure draconiane pagano l’alto prezzo dell’impopolarità. Servono spalle belle larghe per farsene carico. Lo scorso anno le cose sono andate tutto sommato bene con un sofferto ritorno in serie A al primo tentativo. Il risanamento a colpi di cesoia è proseguito quest’anno ma questa volta i rami secchi sul campo erano oggettivamente troppi. A suo tempo lo definimmo un “Ministro senza portafoglio”, non perché non avesse poteri (anzi), ma perché il portafoglio con cui è andato a fare la spesa era vuoto di quattrini con cui pagare alla cassa. Scarsa, bene o male una squadra tra prestiti e scommesse a parametro zero è riuscito pure a farla. Per pensare di sfangarla occorreva onestamente uno slancio di ottimismo oltre i confini della logica. Si faceva leva sugli attributi dei nostri prodi pedatori, rivelatisi nei fatti nulla più che due squacqueroni. Per un po’ la speranza è rimasta in piedi, ieri è stata seppellita. Giusto così, perché il Verona di quest’anno la categoria non la merita.
Strano paese il nostro, dove di fronte ad un palese fallimento ci si lamenta perché i responsabili se ne rimangono beati al loro posto facendosi sberleffo di chi ne invoca le  dimissioni. Quantomeno curioso che la volta che uno le dà, non vada bene, ma venga pure preso a insulti e sia trattato come un fuggiasco criminale che se la dà a gambe levate sottraendosi alle sommarie Norimberga del pallone. Il commiato di Fusco era in agenda a giugno, già certificato del resto dalla lettera aperta di Setti qualche settimana fa. Il disastro di Benevento ne ha anticipato l’uscita. Nel silenzio di un giochetto a nascondino, è stato l’unico a metterci la faccia e ad assumersi le proprie responsabilità.
Gli si dà ora del codardo, si tira in ballo la dignità (parola grossa che consigliamo di prendere con le pinze), lo si paragona al comandante di (s)ventura Schettino. Gli si getta addosso tutto il fango possibile, nella crocifissione da tastiera. Le sue dimissioni per taluni non sarebbero altro che un estremo e disperato tentativo di fare da scudo a Pecchia (lo ha sempre fatto) nel prendersi tutte le colpe dello scempio: sarà, ma a noi Pecchia pare ora più solo di Tom Hanks sulla spiaggia desolata di Cast Away. Dovrà cavarsela da solo, ammesso che rimanga al suo posto. Le dimissioni di Fusco erano un atto dovuto. Un gesto compiuto di signorilità e coerenza, oltre che di intellettuale onestà. «Ho sbagliato io, me ne vado» non è una frase che in questo paese capita di sentire di frequente. A noi basta questo. Se poi rappresentiamo una sparuta minoranza, pazienza. Va bene lo stesso. Il nostro mestiere non è certo soffiare sul falò del consenso. Quelle cose lì le lasciamo volentieri ad altri, molto più bravi di noi.

 

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  1. richi8_780 - 4 mesi fa

    Il tuo è un post condivisibile, resta però la netta sensazione di essere presi per i fondelli e provo a spiegarti il perchè, reputo relative le colpe di Fusco/Pecchia in quanto fare le nozze con i fichi secchi è difficile per chiunque e richiede spesso una certa dose di coraggio anche perchè ad essere in gioco è la loro carriera mica quella del nostro ineffabile proprietario. Dal mio modesto punto di vista il duo avrebbe dovuto dare le dimissioni dopo la disfatta interna con il Crotone, sconfitta maturata per colpe da distribuire in modo equo tra tutte le componenti (proprietario, ds, allenatore, giocatori). Darle oggi mi sembra tardivo e mi fa pensare che la Serie A di quest’anno sia stata affrontata senza alcuna programmazione ma solo con lo scopo di vendere tutto il vendibile da parte di Setti con la complicità però anche del duo napoletano e questo per me non sarà mai perdonato.

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