Un problema bello Grosso: è un Hellas forlaniano

Un problema bello Grosso: è un Hellas forlaniano

Altra delusione per il Verona, ma le spiegazioni reggono sempre di meno

di Lorenzo Fabiano, @lollofab
Sconforto, delusione, sconcerto? In abbondanza. Rammarico? No, perché i fanti di Cosenza il pareggio se lo sono guadagnati onestamente quanto il pane. Il Verona esce dal gelo del Bentegodi tra i fischi del popolo spazientito. Non è certo un fatto nuovo quest’anno, ma se in altre occasioni li avevamo trovati magari un po’ ingenerosi, questa volta ci stanno tutti. Dal primo all’ultimo. Vero, che ci siamo fatti riacciuffare in un finale all’insegna dell’autolesionismo, ma è altrettanto vero che anche quando la partita sembrava scorrere in carrozza, non è che la squadra avesse incantato.
Lente cadenze, stucchevoli fraseggi, poca profondità. Manovra con la stessa vitalità di un comizio di Rocco Buttiglione. Il peggio lo offre il centrocampo dove Gustafson gira a vuoto in punta dei piedi, Colombatto litiga con le chiavi, e Zaccagni va a corrente alterna. Le solite magagne. In una serata dove Pazzini mostra più ruggini che altro, Tupta, sebbene sia una punta (basta vedere il gol rapace che ha fatto), viene sacrificato a starsene largo all’esterno sacrificato sull’altare del modulo. Le uniche accelerate le ha date l’ultimo arrivato, quel Di Gaudio che finché ha avuto benzina in serbatoio da spendere, bene ha fatto. Buon rinforzo, non c’è dubbio. Tuttavia, al di là dei singoli, sono tutti gli altri ingranaggi della macchina che stentano a ruotare con la fluidità necessaria. Come se non bastasse, nell’ultimo quarto d’ora è scesa una tremebonda eclissi pagata a caro prezzo. Sintomo più che preoccupante, segnale di una squadra in deficit di carattere e personalità. Col braccino del tennista, non ha mai vinto nessuno. Nemmeno a calcio.
A fine partita, dopo aver ascoltato le solite filippiche dorotee in salsa pallonese, abbiamo posto a Fabio Grosso una domanda secca e semplice: «Mister, ma cosa manca a questo Verona?» Sebbene siano in molti a renderlo complicato, il calcio rimane un gioco semplice e così vorremmo che restasse. Non ci pare di aver intavolato chissà quale  dibattito sulle leggi di Gay-Lussac, ma ci siamo limitati a un puro interpello calcistico su una squadra che stenta a trovare una sua identità e si esprime al di sotto delle aspettative. Fossimo ad ottobre, non avremmo problemi ad accettarlo, ma a fine gennaio il tempo stringe. Grosso ha glissato e ci ha risposto «I due punti che stasera avremmo meritato». Detto che una replica del genere non l’avrebbe offerta nemmeno Arnaldo Forlani a Jader Jacobelli nello studio di Tribuna Politica, significa che il problema si fa serio. Dire «Dobbiamo crescere sotto CERTI punti di vista» senza mai dire quali essi siano, ricorda quel medico che al momento di individuare la diagnosi e stilare la terapia, cincischia, prende tempo, e trova una banale scusa per assentarsi lasciando il malato balbettante sul lettino. È quel «CERTI» che ci preoccupa. E allora qui i casi sono due, non se ne esce: o Grosso li ha chiari e li vuole tenere per sé e il suo spogliatoio (e ce lo auguriamo di tutto cuore) oppure non li ha individuati e gioca a nascondino brancolando nel buio. Dovesse l’allenatore del Verona essersi perso nei labirinti della seconda delle due ipotesi, è chiaro che il problema sarebbe bello «Grosso». La questione è tutta qui.
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