VENTURA “BUONO” O “CATTIVO”? DOPO OTTO ANNI VERONA ANCORA SE LO CHIEDE…

VENTURA “BUONO” O “CATTIVO”? DOPO OTTO ANNI VERONA ANCORA SE LO CHIEDE…

Allenatore di una quasi-impresa o di una retrocessione evitabile? Era il 2007, sembra ieri: il rebus Gipì

Sono passati otto anni dai giorni di giugno del 2007 in cui il Verona giocava e perdeva il playout con lo Spezia per salvarsi dalla retrocessione in C1. Ci arrivò dopo una lunga rincorsa, cominciata nel gennaio precedente dopo che, sotto Natale, Massimo Ficcadenti era stato esonerato e la società allora di Corte Pancaldo, con Piero Arvedi patron e Peppe Cannella discusso direttore sportivo, scelse di assumere come allenatore Giampiero Ventura, reduce da delle stagioni in calo dopo aver scalato le categorie con il Lecce e il Cagliari (e non solo).

 

Dopo tutto questo tempo, nelle conversazioni a tutto pallone che una città appassionatamente legata alla propria squadra come Verona vive pressoché senza soluzione di continuità, il rebus rimane ancora aperto: Ventura “buono” o “cattivo”. Ossia: tecnico tetragono, abilissimo nel rigenerare un gruppo appassito e ormai già condannato al baratro, dandogli gioco e confidenza, capace di una rimonta impetuosa, con 37 punti raccolti e una cavalcata che, non fosse stato per alcune coincidenze poche fortunate – la sconfitta con lo Spezia fu un incrocio di eventi rari come il passaggio della cometa di Halley, gol divorato da Cutolo all’andata in prima battuta –, si sarebbe chiusa in gloria. Oppure l’uomo che avallò un mercato inefficiente a gennaio, che poco o nulla aggiunse fattivamente alla rosa, dato che soltanto Claudio Ferrarese offrì un apporto essenziale per il rilancio dell’Hellas, che diede un rotondo 8 in pagella alle operazioni di (presunto) rafforzamento completate da Cannella, che gestì in modo poco chiaro certe tensioni di spogliatoio e il caso Akagunduz, l’attaccante turco che, dopo aver segnato il gol decisivo nel derby vinto con il Vicenza, fu “spaccato” in allenamento da un’entrataccia di Federico Nieto, punta argentina perlomeno abulica nel suo passaggio al Verona. E l’allenatore che, una volta portato l’Hellas oltre la soglia della salvezza, non tamponò il crollo psicofisico della squadra, svuotata dagli infortuni e incappata in una serie di sconfitte che la spinsero a doversi agganciare alla speranza in extremis degli spareggi.

 

Opinioni personali. Di Ventura, il riferimento che ho è quello di un arguto teorico e pratico di calcio, bravo non solo alla lavagna ma pure negli interventi in corso d’opera sul campo, sia nella preparazione della partita che nell’apportare modifiche all’occorrenza. Fine dialettico, grande carisma di fronte ai giocatori, e questo lo confermo, a distanza di tempo, per avere avuto l’opportunità di seguirlo quotidianamente nel suo lavoro all’antistadio. Allo stesso modo, fornito di abbondantissimo “pelo sullo stomaco” per essere fortemente aziendalista, con tutto quel che ne consegue in termini positivi e negativi.

 

Ma attenzione a non cadere nel manicheismo. In quella stagione sciagurata furono commessi molti, troppi errori. Anche da Ventura, senza alcun dubbio. Al Verona ha dato molto, e dal Verona moltissimo ha avuto, Gipì: con l’Hellas ha risollevato il proprio credito. Passato al Pisa ha fatto meraviglie (per un anno), idem a Bari (sempre per un anno). A Torino ha trovato la piazza per lui ideale. Nella bilancia tra quel che ha sbagliato e quel che ha fatto di giusto, al timone gialloblù, credo che la seconda voce sia quella preminente. Certo, il ricordo che rimane di lui coincide con il tonfo più rumoroso della storia dell’Hellas. Avrebbe potuto andare in un altro modo. Nel dubbio, tre volte è tornato al Bentegodi da avversario, Ventura, e tre volte, con il Verona, ha vinto. Mentre in casa Toro ha buscato in due occasioni su tre con l’Hellas. Quando dici “ambivalenza”: roba da insostenibile leggerezza dell’essere…

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