Verona, almeno il cuore…

Verona, almeno il cuore…

Nel calcio valori quali sacrificio e determinazione non devono mai venir meno

Commentare l’incommentabile, ecco l’esercizio, meglio dire il supplizio, cui è sottoposto lo scrivano nel day after. Numeri pietosi e impietosi, il Verona di Udine mette d’accordo gli aggettivi: 4 gol subiti, 21 tiri dell’Udinese contro 1, 15 pallegol friulane contro 0, 6 parate (3 decisive) di Nicolas, contro 0 di Bizzarri, 39% di possesso palla contro il 61% dei padroni di casa, e del campo. Queste le cifre di un’ecatombe. Fermiamoci qua, è Natale meglio non infierire.

Rimane l’amarezza, tanta, nell’aver assistito a una prestazione sconcertante, arrendevole, di disarmante pochezza. Nessuno poteva prevedere un simile tracollo, appena sei giorni dopo il roboante e coriaceo successo sul Milan. Scudi, spade, ed elmetti, lasciati a Peschiera, a Udine nel trolley c’erano solo i pannolini. Il Verona trascorre il Natale con le ossa rotte e una ferita grande così nell’anima. Se l’è meritata tutta; non la merita invece la sua gente che per attaccamento, amore, e passione non è seconda a nessuno.

Ma che è successo? Di fronte alla squadra più in forma del campionato e rigenerata dalla cura Oddo, sono scesi in campo 11 Dead Men Walking. Le assenze non siano una giustificazione, la squadra è quello che è (non lo abbiamo scoperto alla Dacia Arena), ma al di là del gioco sono mancati soprattutto lo spirito e la predisposizione alla lotta. Il Verona non se lo può permettere. Abbiamo avuto l’impressione che il poker lo avesse già subito prima di mettere la palla al centro per il calcio d’inizio: che al posto delle fibre nei muscoli ci fosse lo squacquerone, lo si era intuito sin dalle prime battute. Squadra molle, impalpabile, senza uno straccio di un’idea, impossibile salvarsi dal naufragio.

Temendo la fisicità  della muscolare Udinese, Pecchia l’aveva preparata sul palleggio; fin qua ci può anche stare, ma se pensiamo che un playmaker in mezzo al campo non l’abbiamo, i nodi da sciogliere diventano tanti, troppi. Meglio sarebbe stato allora provare ad arretrare di una decina di metri un palleggiatore come Bessa (al posto dell’ectoplasma Fossati) a fianco di Leonida Zuculini,  e schierare in avanti Pazzini a supporto dello spaesato Kean. Poco sarebbe forse cambiato, ma almeno una parvenza di calcio sarebbe pur uscita fuori. Invece è stato il nulla. Più che con il paleggio, abbiamo fatto i conti al passivo con il pallottoliere.

Inutile spendere adesso fiumi d’inchiostro per le arringhe: i processi vanno celebrati a tempo debito. Lo abbiamo ripetuto mille volte, e non ci stancheremo mai di farlo. Chiediamo e pretendiamo tuttavia una sola cosa: nel calcio si vince e si perde, si sale e si scende come nella vita, ma valori quali sacrificio e determinazione non devono mai venir meno e non possono essere mai e poi mai messi in discussione. La gente ha il sacrosanto diritto di pretenderlo. Sabato l’agenda di fine anno ci pone di fronte ad una Mission Impossible. Arriva il gigante Juve, scontro impari. Sia quel che sia, ma laddove non arrivano i piedi, si metta almeno il cuore. In fondo non ci pare di chiedere molto.

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