CINQUE COSE CHE HO VISTO IN ATALANTA-VERONA

CINQUE COSE CHE HO VISTO IN ATALANTA-VERONA

I più (pochi) e i meno (tanti) dell’Hellas a Bergamo

1) La cosa migliore di Atalanta-Verona, oltre al punto portato a casa (perché sì, anche se non mi piace, il calcio alla fine vive anche solo di numeri), è stata la conferenza stampa post-partita di Andrea Mandorlini. Il mister è apparso molto lucido nell’ammettere la prestazione negativa e i molti errori singoli e di reparto. Non ha cercato alibi perché è lui il primo a sapere che serve un altro Verona per vincere un altro anno di viaggio in prima classe: “Non abbiamo fatto una buona partita: oggettivamente sembrava finita, ma con il coraggio siamo riusciti a pareggiare. Abbiamo fatto troppi errori: eravamo preoccupati, siamo stati comunque bravi dietro in difesa a tenere. Nel primo tempo non siamo andati sotto ma abbiamo giocato male” ha detto in sala stampa il Grigio di Ravenna.

2) Luca Toni. Mentre scrivo l’interessamento del legamento collaterale del ginocchio è solo un’ipotesi, ma che fa parecchia paura. Per Luca, per l’Hellas, per l’età di Luca. Bisogna solo aspettare e incrociare le dita. L’umore di Mandorlini a fine partita e la faccia di Bigon dipendevano in gran parte da quel ginocchio e dal movimento innaturale che fa verso l’interno. Ben (di lusso) che vada, perderemo Toni per qualche settimana e la partita di Pazzini fa tremare un po’ meno: ha studiato da Toni, mettendo in cascina movimenti non propriamente suoi (il gioco da boa e la protezione del pallone) e dimostrato la sua utilità come centravanti di movimento, più dentro alla manovra e più abile ad inserirsi. Tutta da dimostrare ora la sua utilità con i due esterni(ssimi): la sensazione è che la sua Itaca sia un attacco a due.

3) È stata una partita brutta, arbitrata male, con un Verona che attendeva Godot senza provare seriamente a prendere l’iniziativa. Gomez e Jankovic raramente hanno giocato così male, mentre l’immagine del match è Federico Viviani (che ha il merito di prendersi la punizione e calciarla sulla testa di Pisano che salva i cavoli; la capra, intesa come prestazione, era già morta di stenti): ancora fuori forma, per gran parte del match ha letteralmente camminato per il campo, illuminando con verticalizzazioni e cambiamenti di gioco effettuati, appunto, da fermo. Forse, per come sta, sta facendo anche troppo bene.

4) Azione del gol atalantino. Maxi Moralez batte una punizione sulla sinistra e va subito verso l’area di rigore. Nessuno se ne cura e il piccolo adulto quasi strattona le maglie dei difensori gialloblù “Ehi, uomini alti, voglio giocare anch’io, mi vedete?”. Nel frattempo Papu Gomez, che ha ricevuto palla, senza che né Sala né Pazzini vadano a disturbarlo, la piazza morbida e a giro in mezzo all’area. Maxi, di centrimetri 160, con calma attende il pallone e insacca, marcato da nessuno: presunzione di colpevolezza per Souprayen, avvistato in mezzo all’area in preda a crisi mistica “chi sono, dove vado?”. Riflessione amara: già si chiama Maxi, poi ci fa gol di testa, alla squadra più alta della Serie A. Poteva accadere altro?

5) Sui singoli, in ordine sparso. Jacopino Sala: segnali di risveglio. Il gioco di gambe sta tornando, ora aspettiamo la cavalcata. Rafael: scelta tecnica o meno, fermarsi un po’ farà bene anche a lui, come ha dimostrato nel finale dello scorso campionato. Marquez, migliore della difesa, si è fatto male. Ora è il momento che Blanco Bianchetti dimostri a tutti di valere il riscatto, anche perché Helander, che per definizione non muore mai, è pronto.

5 bis) Di Maresca con le corna conoscevamo Enzo. Ma l’omonimo di Napoli, della cui situazione affettiva e relativa fedeltà non sappiamo molto, si merita certo un goliardico parallelo: cartellini sventolati per rinfrescare l’aria e falli fischiati con la logica del fifty-fifty. La partita era già un brutto spettacolo, bisognava essere bravi a renderla peggiore.

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