L’eterna ultima spiaggia di Fabio Pecchia

L’eterna ultima spiaggia di Fabio Pecchia

L’allenatore è da sempre in discussione. L’appello decisivo sarà con le squadre di terza fascia

Dov’è finito il coraggio ammirato mercoledì scorso contro la Sampdoria? Ce lo siamo chiesto tutti, ma nessuno lo sa. Il pavido Verona di ieri pomeriggio balbettava per timidezza e incertezza quanto uno studente di quarta ginnasio giunto impreparato alla prima interrogazione del nuovo anno scolastico. E’ stato travolto da una Lazio, tra altro rimaneggiatissima, che non ha certo avuto bisogno di ricorrere agli straordinari per prendersene gioco. No, così non va. Il popolo gialloblù si è spazientito e ha apertamente contestato la triade, Setti, Fusco, Pecchia.
Quest’ultimo è assurto a capro espiatorio. Stando alle sirene dei media nazionali, la sua panchina sarebbe ora dopo ora sempre più traballante, ma da Via Belgio per il momento non trapela nulla che faccia presagire a un addio. L’impressione è quella di una stagione tribolatissima, nata tra mille difficoltà già in estate per una serie di note vicissitudini che non stiamo certo qui ora a elencare. Le conoscete.
Contro la Sampdoria avevamo ritrovato il miglior Bessa. Senza di lui a prenderlo per mano, il Verona è andato in eclissi. L’errore più grossolano commesso ieri da Pecchia è stato a nostro avviso quello di non affiancare una spalla a Pazzini. Il tecnico non ama parlare di modulo, ha optato per un prudente 4-5-1 ma è innegabile che un 3-5-2 o un classico 4-4-2 sarebbero stati più opportuni. Nel primo tempo la solitudine del nostro numero 11 faceva tenerezza. In taluni frangenti abbiamo rivisto Tom Hanks sull’isola deserta di “Cast Away”. Nella ripresa, ma quando ormai la frittata era bella che pronta,  Pecchia è ritornato sui suoi passi inserendo il frutto acerbo Kean e quello maturo, ma sotto cura, Cerci. L’effetto sortito è stato pari allo zero.
L’ambiente è in subbuglio e invoca la testa di Pecchia. Noi gli daremmo ancora un po’ di tempo. Proviamo a spiegare il perché. La Serie A è divisa in tre raggruppamenti: A1, A2, A3. Il primo implica la sfida per il titolo; il secondo, per l’Europa, il terzo per la sopravvivenza. Finora il Verona ha giocato e perso contro una squadra di A1 (Napoli), ha rimediato tre sconfitte e un pari in A2 (Fiorentina, Roma, Sampdoria, Lazio); a Crotone, nell’unica gara di A3 sin qua disputata ha pareggiato. Domenica andiamo a Torino dove troveremo un Toro inferocito dopo i veleni e le quattro sberle del derby. Si prospetta quindi un’altra sfida impari di A2. La sosta per gli impegni della Nazionale, permetterà a Pecchia (sempre sia ancora in panchina) di lavorare per il doppio impegno di A3 contro Benevento e Chievo. Si sarà fatto attendere, ma il nostro campionato vero, non presunto, inizierà lì. Non sappiamo se Don Fabio riuscirà ad arrivarci, ma il diritto di giocarselo quel minicampionato gli andrebbe concesso.
Ieri intanto a Pecchia è scappata una battuta; incalzato da una domanda secca di un collega ha così risposto: “Ultima a spiaggia a Torino? La mia ultima spiaggia era con il Napoli”. Tradotto, “sono sulla graticola dal primo giorno”. C’era amarezza nelle sue parole. E’ la storia di un uomo mai amato, a cui nulla si perdona e il cui destino sembra da tempo essere stato già scritto in buona sostanza dai preconcetti sin dal suo primo giorno a Verona. Per questo gli riconosciamo un diritto di appello pro tempore, almeno fino a quelle benedette partite di A3. Sarà allora il campo a emettere il verdetto definitivo, senza più se né tantomeno ma.
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