IO, VERONESE VENUTO DAL SUD, VI RACCONTO IL MIO DERBY

IO, VERONESE VENUTO DAL SUD, VI RACCONTO IL MIO DERBY

L’Hellas e il Chievo: più di una partita. Il racconto di chi ha imparato a innamorarsi del gialloblù

Vivo a Verona da una decina d’anni dopo i tre di Padova e i (primi) 19 in Sicilia. Il primo giorno che arrivai a casa dei miei futuri suoceri stavano ascoltando alla radio una voce nasale che narrava (o recitava) in modo particolarissimo una partita di calcio in stile Istituto Luce. A memoria era Cavese-Verona, ma potrei sbagliarmi. Io, che a calcio avevo sempre giocato, ma che il calcio non avevo mai tifato (eccetto gli innamoramenti infantili per Fiorentina e Lazio per le loro bellissime maglie), chiesi, con spontaneità assassina e grondante di sangue: “scusi Roberto, ma con il Chievo in Serie B (retrocesso l’anno prima), come mai tifate ancora per l’Hellas che rischia la C2?”. Il debutto da genero non fu un granché, me ne rendo conto, ma dalla reazione irripetibile di mio suocero iniziai a comprendere e ad appassionarmi ad un qualcosa che prescindeva dal calcio, dalla categoria, forse finanche dallo sport: il Verona è Verona, Verona è il Verona indipendentemente da tutto e da tutti.

Da quella partita non ne persi più una. Una stagione psicopatica ma per me, novello “tifoso”, indimenticabile fino all’ideale viaggio della speranza a Busto Arsizio. Mi ritrovai, dunque, appartenere alla Generazione C. A quelli che al paradiso dell’Europa clivense preferivano senza esitazioni le sofferenze delle periferie del calcio (e dell’Italia). Il fango di campi spelacchiati al verde finto della Serie A. Generazione C a cui la Serie A piace molto, ma per cui la B e la C non vuol dire morte sportiva ma semplice cambio di prospettiva.

Il Chievo. Il Chievo in quel periodo per me era bel calcio e simpatia. Fenomeno calcistico e di pari passo mediatico. Amavo il calcio moderno di Gigi Del Neri e il gioco su quegli esterni volanti. Non avvertivo ancora, in città, “antipatia” verso i mussi volanti. Poi cambiò tutto. Poi il Chievo perse la verginità. Ebbe la sventurata intuizione di provare a sostituirsi alla squadra della città. Colori, simboli, gesti, talvolta espressioni. Il più grande autogol di una squadra di calcio. Non starò qui a raccontarvi quello che già sapete molto meglio di me. Voglio parlarvi di questo derby, di come lo sento quando siamo ormai alla vigilia.

Il Chievo, forse per la prima volta, non fa la corsa sul Verona. E non intendo solo in classifica (che peraltro gli sorride a differenza di quella Gialoblù). Sta iniziando ad avere una sua autonomia, esiste essendo altro che solo il nemico dell’Hellas. E la cosa piace loro. Ha un bel gioco e un bravo allenatore, e grazie a ottimi consiglieri (sportivi e non), il presidente Campedelli ha decisamente virato verso l’autonomia piuttosto che la provocazione. E sono certo (o forse soltanto spero) che nel giro di 5-6 anni sparirà anche il Gialloblù. Perché quello, più di tutto, è stata una corsa sul Verona.

Questo è un derby fino a prova contraria, e non viceversa. Io ricordo benissimo il 23 novembre 2013. Ricordo il giustiziere Lazarevic. Ricordo una notte insonne. Il Chievo non è “nessuno”, ma è (finalmente) il Chievo. E se vorrà tornare (come pare) a fare il Chievo e non il SimilVerona sarà davvero, finalmente e totalmente, un derby. Perché il derby è tale quando è tra due aspetti diversi della stessa città, non tra l’originale e una copia.

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