La lezione di Neno

Fascetti, gli errori di Pecchia e la svolta di gennaio: chi fa mercato e chi no

di Matteo Fontana, @teofontana

Lo chiamavano (e lo chiamano ancora) Neno. Ruvido, severo, diretto. Fascista, per sua stessa ammissione, e tuttavia apprezzato da chi la pensava all’opposto. Essendo arrivato dopo Osvaldo Bagnoli a Verona, di fegato ne ha dimostrato in abbondanza, e mica potevano esserci dubbi, tanto che fu capace di portare alla promozione una squadra che rappresentava un club fallito. Sarà per questo che, dopo la sconfitta dell’Hellas a Frosinone, la prima immagine che è rimbalzata nei pensieri ha portato a Eugenio Fascetti.

Appunto, Neno. Toscano nelle radici. Viareggino brusco e sincero dentro di sé. Anni fa, in un’intervista, a precisa domanda su che cosa servisse per andare in Serie A, lui che c’è andato con Lazio, Lecce, Torino, Verona e Bari, rispose: “’ocatori boni”. Giocatori buoni, già.

A gennaio, il Frosinone, in ordine sparso, ha ingaggiato Terranova, Krajnc, Maiello e Mokulu. La Spal, Floccari, autore di quattro gol in sei giornate. Il Bari, che è in prodigiosa – ma non troppo – ascesa, Floro Flores, Galano e Salzano. Il Verona, che a dicembre era primo in classifica, ha aggiunto alla rosa Bruno Zuculini e Alex Ferrari, che di certo non guastano. Ma Leonardo Semplici, tecnico della Spal, durante la pausa invernale avvisò: “L’Hellas è davanti a tutti, ma Pazzini non basta. Il mercato può cambiare tutto”.

Non è un mistero il fatto che Fabio Pecchia (ma vale per qualsiasi allenatore al mondo) volesse aumentare il tasso di qualità dell’organico, a gennaio. La società l’ha pensata in altro modo. Di lì in poi sono partiti gli esperimenti di un tecnico alla ricerca della quadra che non c’è e di un’identità smarrita.

Nel 1998, quando beltà splendea, furono presi un grande mediano come Antonio Marasco, una fenomenale ala sinistra, Martino Melis, e un utile centravanti di supporto, Stefano Guidoni, per spingere il Verona di Cesare Prandelli in Serie A. Nel 2005, al contrario, il meraviglioso Vincenzo Italiano di quei giorni fu ceduto al Genoa e l’Hellas lo rimpiazzò con gli onesti pedatori De Simone, Pizzinat e Soligo. Una squadra dilagante perse equilibrio e chiuse fuori dai playoff per la promozione. Nel 2013, il Verona milionario del primo Setti che stava in alto ma non decollava, sempre in B, mise nel motore Agostini e Sgrigna, più il gregario Nielsen e l’allora leader dell’Under 21 azzurra Bianchetti. Salì in A.

Rimangono, così, le parole di Neno Fascetti, uomo tutto d’un pezzo, scomodo il suo (un maestro di giornalismo quale il compianto Adriano Paganella per un intero anno non riportò il suo nome negli articoli che riguardavano il Verona, quando ne era allenatore, per i comportamenti che teneva), quella sua massima sui “’ocatori boni” che occorrono per essere promossi. Ne ha l’Hellas? Certo che sì, altrimenti non sarebbe ancora in alto. Non ne ha aggiunti a sufficienza a gennaio? Questo affermano i numeri attuali.

Mancano quindici partite alla fine del campionato. Poi, eventualmente, ci saranno i playoff. Spetta a Pecchia, ed è corretto che sia così, per un professionista, scovare nuovi ’ocatori boni” in questo Verona. E, nella categoria, non rientrano solamente i più dotati tecnicamente. A essere determinanti, in B, rimangono quelli che hanno notevoli sembianze negli ammennicoli.

Come Fascetti. Se volete la A, seguite il suo esempio. Altrimenti, per citare una splendida canzone di Mietta e Amedeo Minghi, saranno guai.

 

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