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Cinquant’anni di Brigate Gialloblù: una grande storia di Verona

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Passione, amicizie, gioie, senso di appartenenza: il viaggio di una città e della sua gente

Lorenzo Fabiano

Eri un bocieta sui banchi delle elementari, e i tuoi idoli erano Dio Zigo e i butei delle Brigate, quelli della curva, quelli più grandi, quelli coi quali non vedevi l’ora di stare il giorno che saresti diventato un po’ più grande anche tu. Un piccolo traguardo di quella grande corsa a tappe che è la vita. La domenica pomeriggio, allo stadio ti ci portavano un’ora mezza prima della partita per goderti lo spettacolo; cori, tamburi (a quei tempi sì), sciarpe, bandiere, e un amore, a tinte gialloblù, per sentirsi tutti un po’ più liberi. Perché anche i vecioti, in gradinata col cuscino sotto il sedere e la bottiglietta di Ramazzotti in bocca, quello spettacolo se lo gustavano insieme ai loro nipoti.

Una lunga storia d’amore con i suoi naturali e rituali atti d’amore quali baci, abbracci e litigi. Perché la squadra del cuore è un po’ come la persona che ami, l’accarezzi, la perdoni anche se a volte ti fa proprio incazzare. Son passati dieci lustri da quel 30 novembre del 1971 quando da un gruppo di tifosi, I Fedelissimi, nacque il Calcio Club Brigate Gialloblù (allora si chiamavano così); una storia che da quattro amici in un bar di Borgo Venezia è arrivata a radunarne a migliaia un po’ ovunque (anche all’estero), un fiume irrobustito dai suoi affluenti che scorre e giunge al mare attraverso il corso delle generazioni. Nate a sinistra, svoltate abbastanza presto a destra, e chi se ne frega: da cinquant’anni le Brigate sono di tutti coloro che a cuore, ma dai forti battiti, hanno le sorti del Verona. Hanno unito ricchi e poveri, colletti bianchi e tute blu, penna e cacciavite, centro e periferia, campagne, mari (in verità più laghi) e monti; fortunati baciati dalla vita e balordi che la vita ha preso a schiaffi fino a portarseli via. Sempre stato così.

Quella curva abbatteva, e tuttora abbatte, ogni divisione, riusciva e mettere nello stesso posto bondolari baiosi, fighetti e chinghios, quelli che si fumavano un’erboristeria a fianco di quegli altri col giubbo di pelle, i Ray-Ban a goccia e la Marlboro rossa a penzolo all’angolo delle labbra. Tutti sulla stessa barca (mai a motore, sempre a remi). Roba che lontano da quei gradoni sarebbe stata impossibile. E poi le amicizie, che i segni del tempo non scalfiscono, le trasferte omeriche in posti dimenticati dal Signore, ma per un pomeriggio la tua terra promessa, e le serate durante la settimana a ritrovarsi negli scantinati per organizzarle.

Le Brigate erano, ma tuttora sono, una palestra dove ti facevi le ossa della vita, dove se non avevi attributi a sufficienza, li mettevi su a modi spicci; la curva la loro zona franca, un territorio libero dove tutto, ma anche no, poteva succedere. Un posto che, nel bene e nel male, ti aiutava a crescere con le risposte che cercavi alle tue inquietudini. È soprattutto in questo che Brigate siamo stati, chi a suo modo chi un altro, un po’ tutti. E lo saremo per sempre, con un timbro nell’anima. Perché le belle storie solo in apparenza sembra che possano finire, ma in realtà non finiscono mai. E il fiume continua a scorrere.

ENGLISH VERSION

You were a kid at elementary school and your idols were the God Zigo and the lads of the Brigade. Those from the Curva, the big lads, the ones you couldn't wait to be like when you got older. A little milestone in the great race of life.

 

On Sunday afternoons, they took you to the stadium an hour and a half before kickoff to enjoy the show. The chants, the drums (in those days, yes), the scarves, flags and a warmth, tinged in yellow and blue, that made everyone feel a bit freer. Because even the old guard, on the terraces with a pillow under their asses and a bottle of Ramazzotti at their lips, were enjoying the show with their grandchildren.

 

A long love story with all the normal and ritual acts of affection, kisses and hugs and the occasional lovers’ tiff. Because your favorite team is a bit like your lover. You care for them, and you forgive them, even if sometimes they really piss you off.

 

Five decades have passed since that day on 30 November 1971 when the Calcio Club Brigate Gialloblù (as it was then known) was inaugurated by the Fedelissimi group of fans. From those four friends who met in a bar in Borgo Venezia, thousands have gathered from almost everywhere (even abroad), a river strengthened by its tributaries that flows and reaches the sea through the course of generations.

 

Born on the left, it soon verged to the right, but who cares? For fifty years the Brigade has belonged to all those who have the pounding beat of Verona in their hearts. The Brigade brought together the rich and poor, white collar and blue overalls, the pen and the screwdriver, urbanites and suburbanites, from the countryside, the seaside (actually the lake) and the mountains. The lucky ones blessed by life, and the fools whose life was a series of hard knocks all the way to the end. It's always been like this.

 

The Curva broke down barriers, and it still does. It somehow managed to bring together mods and rockers, jocks and punks, those who smoked weed alongside those in leather jackets, Ray-Ban aviators and a Marlboro Red hanging from their lips. All in the same boat (never motorized, always rowed). Away from the terraces, this stuff just didn’t happen.

 

And then the friendships, which even the passing of time cannot diminish. The Homeric trips to places long forgotten by the Lord, but for an afternoon your promised land. And the evenings during the week to meet in the basements to organize them.

 

The Brigades were, and still are, a training ground where you made your bones, where if you didn't have didn’t have the necessary qualities, you soon found them. The Curva was a Zona Franca, a free territory where anything, but not everything, could happen. A place that, for better or worse, helped you to grow, to find the answers you were searching for.

 

And this, above all, is what the Brigade was all about. Each in their own way, it was a little bit of everyone. It left a mark on our soul that will be with us forever. Because good stories never end, though it sometimes seems like they might. The river continues to flow.

(translation by Richard Hough)

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