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L’11 è il numero perfetto

La magia dei grandi del passato gialloblù tocca anche Pazzini

Matteo Fontana

Il calcio è fatto della poesia che c'è anche nei numeri. E questa è una ragione in più per pensare che il vecchio football, seppure divenuto un circuito per agevolare gli interessi dei molti comitati d'affari che lo comandano, sia sempre uno splendido gioco. Naturale che da bambini, quando scocca l'amore per il pallone ("improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé", scrive Nick Hornby, paragonandolo al sentimento che si prova per le donne), a suggestionare siano gli inventori di quel gioco, e ancor di più quelli che lo finalizzano.

Il numero 10, intanto. E il numero 9. Poi, c'è quell'altro.  L'11. Doppio sulla maglia, doppio nella valenza. Un attaccante, quindi votato a segnare, ma non è un semplice centravanti. Può essere uno che si allarga e gioca da ala, che parte da lontano. Oppure una di quelle punte che stazionano sì in area, ma che svariano su tutto il fronte offensivo. Devi essere intelligente, quando sei un 11. Questo, perlomeno, prima che nascessero le maglie personalizzate, per cui l'11 (ma perfino l'1) si è svuotato di significati tecnici per tramutarsi in una delle tante tombolate dei tempi moderni.

Eppure, quando vedi Giampaolo Pazzini segnare, "questo" Pazzo, non il ragazzo immalinconito che lo scorso anno, preso tra le grida di mercato, si era ritrovato a fare da panchinaro, ad avvilirsi tra le riserve senza nemmeno alzare la mano per dire che lui non l'aveva capita così (questione di buona educazione), torna la magia dell'11. Pazzini che ha dovuto fronteggiare gli infortuni, le sventure di una stagione balorda, che è riuscito comunque a marchiare la prima vittoria dell'Hellas del 2016, nel 2-1 all'Atalanta, e a contribuire al 3-1 nel derby con il Chievo e al 2-1 al Milan.

Il numero 11 è un doppio sogno. La memoria personale rinvia al primo ricordo di quella casacca. Numero 9 Antonio Di Gennaro, numero 10 Dirceu, numero 11 Domenico Penzo. Centravanti nato, Nico, che in uno dei Verona più belli di sempre segnava gragnuole di gol e correva su e giù a far da sponda e a innescare gli inserimenti dei centrocampisti, seguendo i dettami di un maestro silenzioso e geniale, Osvaldo Bagnoli.

Il numero 11 è il racconto di quel che non si è vissuto, perché l'età non lo consentiva. Gianfranco Zigoni, i capelli lunghi e la posa storta nelle foto dei gialloblù negli anni '70. Gli aneddoti raccontati da padre in figlio sulle sue follie. Come quella canzone degli Stadio: "Chiedi chi erano i Beatles". Ecco, chiedi chi era Zigoni, tra macchine sfasciate, bevute omeriche, bulli e pupe, e vedi di non fermarti a Verona-Milan 5-3.

Il numero 11 è Lui. Quel nome lungo come un'ammiraglia, come un treno intercontinentale, come tutta la Danimarca. Lui è Preben Elkjaer Larsen. Lui è un urlo di ribellione. Lui è l'illuminazione di una sera d'estate, nel 1984, Verona-Kaiserslautern, amichevole vista dal settore Parterre. Pochi minuti, qualche scatto furioso, Lui che si avvicina alla linea laterale, raccoglie il pallone per rimetterlo in gioco, è rosso in volto e somiglia a quel che doveva essere Lucifero prima di rivoltarsi contro Nostro Signore e sprofondare all'Inferno. Ma Prebenelkjaerlarsen non voleva distruggere il Paradiso. C'era già arrivato: era Verona, era il Verona.

Ci sono stati altri 11 che sono entrati nell'immaginario, che hanno mozzato il fiato. Che hanno reso le domeniche (o i lunedì, o i sabati, o i giovedì, o tutti gli altri giorni della settimana in cui, ormai, si gioca...) più dolci, ebbri e dionisiaci e apollinei assieme, e di nuovo sentirsi bambini e potersi ripensare con le gambe appena inclinate per abbassarsi all'ingresso con la "maschera" che faceva cenno di entrare. Nanu Galderisi, dopo Penzo e prima di Elkjaer, quando il 9 era di Maurizio Iorio e una città intera abbracciò il Puffo che l'avrebbe fatta sognare. La doppietta di Fabrizio Cammarata alla Juventus, era il 2000, era un Hellas celestiale. Il gol di Thomas Pichlmann, gentiluomo viennese dimenticato per mesi e riemerso per decidere con un tiro intriso del terribile splendore dei piedi di Matthias Sindelar una partita di inizio novembre con il Brescia.   Emozioni diverse trasmesse dalla forma di quel numero perfetto.

Un 11 è per sempre.

Gianfranco Zigoni in campo con il Verona in un derby col Vicenza
Fabrizio Cammarata "vola" per l'Hellas

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