Porcellum, bugie e videotape

Porcellum, bugie e videotape

Oggi una partita di calcio è una fattispecie di «Truman Show», in campo l’arbitro è teleguidato via etere

di Lorenzo Fabiano, @lollofab

Quando nel 2005 l’allora maggioranza parlamentare estrasse dal cilindro, l’ennesima legge elettorale dalle bizantine fattezze, il suo ideatore, Roberto Calderoli ebbe almeno il pudore della confessione: «Abbiamo fatto una porcata» disse. E così la sua creatura passò agli annuali come il «Porcellum».  Stando alle storie di futile pallone, in passato di «Porcellum» al Bentegodi ne abbiamo visti a iosa, il più delle volte quando a farci visita è toccato a Madama: nel 1976 il braccio galeotto di Bettega (il fischietto era Lattanzi), che ci costò la partita, fu immortalato in un memorabile fotogramma del Guerin Sportivo; l’anno dopo fu la volta del «gol fantasma» di Carlo Petrini: solo Michelotti vide fuori la palla sul cross di Zigo; nel 1983 nella partita di andata di finale di Coppa Italia, il terzo gol del Verona firmato da Marangon fu annullato per un fuorigioco inesistente: in tal modo si tenne una porta aperta alla Juve per la partita di ritorno a Torino. Sappiamo purtroppo bene come andò a finire. E non ci prendiamo la briga (già soffriamo abbastanza) di rispolverare la madre di tutte le rapine, combinata da Wurtz e la sua cricca in Coppa dei Campioni.

A dire il vero, simili torti, così eclatatanti almeno, col Milan non ne avevamo subiti: ricordiamo un arbitraggio indisponente di Farina alla penultima giornata del 2002, che spianò la strada alla rimonta del Diavolo (il Verona grazie a un gol di Mutu alla fine del primo tempo era salvo) e ci condannò alla resa incondizionata di Piacenza. Nulla più. Fine delle brutte storie. Va detto che ai temp di Lattanzi e Michelotti il calcio era LoBelliano: tutto era a discrezione dell’arbitro, immortalato sul grande schermo da un immesso Lando Buzzanca: a lui e solo a lui spettava l’insindacabile giudizio. La rivoluzione digitale era nulla più che una passeggiata nel futuro con Martin Landau sulla navicella di «Spazio 1999». La tecnologia stava nel monitor sbiadito che il fido Vitaletti metteva a disposizione di Carlo Sassi: preistoria.

 La Vartruppen: nulla sfugge agli occhi invadenti del Grande Fratello. Il fischietto digitale vede e provvede, sorvola, annota, segnala: vero che a quello in campo spetterebbe la decisione finale, ma il più delle volte, più che di giudice veste i panni del notaio.  Mala consuetudine cui non si è sottratto nemmeno il signor Manganiello: brutta, brutta serata davvero la sua. Al di là delle partigianerie, Milan-Verona era una gran bella partita: i nostri mangiavano l’erba, loro (parafrasando Brera) alla chetichella inciampavano nei petali di quel che rimane dei gerani estivi.

Lo spettacolo è durato una ventina di minuti, troppi evidentemente per i custodi della rivoluzione digitale: l’eccesso di foga di Stepinski (ma poteva evitare), era stato già punito con un sacrosanto giallo, ma su indicazione del demiurgo Orsato, Manganiello lo ha tramutato in rosso: Verona in dieci per 70 minuti e partita rovinata. Poi battaglia, solito cuore, un rigore messo dentro dalla mummia Piatek, un altro non concesso dalla Vartruppen (Manganiello manco è stato invitato a verificare sullo schermo) nel concitato finale. Morale: tre punti a un Milan paonazzo, applausi scroscianti all’orgoglio del Verona.

Ci sta, anzi no, ma tant’è. Al fischio finale ancora non sapevamo che il peggio dovesse ancora venire: in sala stampa Giampaolo ha parlato di «vittoria meritata, di un Verona che ha giocato solo per non far giocare, e di un Milan che non ha corso alcun rischio»: sue parole testuali. Basiti, pensando di essere stati catapultati a commentare il campionato di Marte, ci siamo immediatamente chiesti che razza di partita avesse visto l’allenatore rossonero. Giampaolo era di fronte a tre strade: accodarsi a Calderoli e ammettere il «Porcellum»: impossibile; dare sfoggio di signorilità rendendo omaggio all’avversario: quantomeno consigliabile; oppure, snocciolare un pippone barocco decorando di merli e merletti la scialba prova dei suoi: ha optato per quest’ultima terza via, la più comoda, la peggiore, e per questo ci dispiace. Detto che un bel tacer non fu mai scritto, ieri sera gli ha detto bene, ma andando alzando le diottrie della miope convenienza, in quanto a bugie e videotape Giampaolo ci ha riempito un’arca di Noè. La prossima volta, se lo ricordi. Quanto a noi, avanti i blu.

 

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