Il calcio è un’industria (e per questo ripartirà)

Tornare a giocare è una necessità che prescinde dal risultato sportivo, ma senza gente perderà di valore

di Matteo Fontana, @teofontana

Si torna in campo, e non poteva che essere così. Il calcio è un’industria e andava salvata: “Vuolsi così ove si puote ciò che si vuole e più non dimandare“, e ci si perdoni la citazione dantesca. Aggiungiamo: absit iniuria.

Non serve che lo si dica noi. Gabriele Gravina l’ha chiarito, da presidente della Figc, a ripetizione. Crediamo che la lettura più pratica l’abbia fatta proprio alla vigilia dell’incontro risolutivo per la ripartenza.

Per chiarezza, riportiamo qui le sue parole: “Se non si riparte subito ci sarà un danno irreparabile al calcio italiano, abbiamo già perso 500 milioni di euro. Occorre difendere 100 mila lavoratori, 1,4 milioni di tesserati, 4,7 miliardi di fatturato. Ripartire vuol dire giocare”.

Ancora Gravina (e, se serve, con maggior profondità d’analisi): “Solo il ritorno in campo consente di attutire il crollo dei ricavi sul breve periodo stimabili altrimenti in oltre 700 milioni, più di 500 generati dal blocco imposto dal Covid-19”.

La verità vera sta in queste dichiarazioni. L’affare del calcio, piaccia o non piaccia, deve andare avanti. Le condizioni sanitarie, seguendo l’indicazione del comitato tecnico scientifico, in questo momento lo consentono. Quindi, si proceda: questa è la risposta a lungo inseguita.

Poi, se vogliamo soffermarci sul lato sportivo, ci sarebbe da discutere, ma allora viene utile la disamina che Maurizio Setti, presidente del Verona, ha fatto il 12 maggio scorso, in occasione del trentacinquesimo anniversario dello scudetto gialloblù (a proposito di un calcio che non esiste più): “Il calcio è business, riceve molto dalle televisioni. I problemi che ci sono ora li avremo anche a settembre. Dopo la fase critica, il virus va affrontato e curato come le altre malattie. Serve equilibrio”.

Non si fanno svolazzi, non si poetizza, qua. C’era un comparto economico da tenere in piedi e così è stato. Non ci sarà pubblico, i tifosi non potranno andare allo stadio perché si giocherà a porte chiuse? In molti mostreranno rammarico e sostenendo – e ci mancherebbe – che non c’è un’altra via possibile. In tanti (la maggioranza? Scusate il cattivo pensiero) se ne infischieranno e non lo diranno neppure, ma questo avranno in testa.

Senza la gente il calcio perde di valore. È tombola, è sciarada, è esercizio di stile per curiosi. Lo sarà ancora di più appena lo vivremo, tra poche settimane, in maniera diretta. Ma ripartire era un’esigenza, al di là degli esiti sportivi (“Non sarà una cosa normale, sarà una cosa arrangiata, ristretta nel tempo, ci saranno difficoltà ed anomalie e bisognerà saper gestire la situazione per arrivare ad avere verdetti decisi dal campo”, Renzo Ulivieri, presidente dell’Assoallenatori, dixit).

Chi non concorda – e, francamente, con ragioni condivisibili, da firmare e timbrare con la ceralacca, per usare un eufemismo -, detto con totale comprensione, lo accetterà.

 

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