Istruzioni per un finale di campionato all'insegna della dignità
“No Alpitour? Ahiahiahi!”, diceva una pubblicità celebre. A vedere il Verona di questi tempi ci viene in mente un telefilm non esattamente indimenticabile, ma sintomatico degli anni ’80, intitolato “Professione Vacanze”. Protagonista, Jerry Calà.
L’Hellas già sotto l’ombrellone? Proviamo a non crederci. Sarebbe uno schiaffo ad una stagione che avrebbe potuto essere indimenticabile e che rischia di essere catalogata come bella senz’anima. Calma e gesso: salvezza raggiunta (soglia convenzionale a 40 punti, soltanto Bologna e Brescia sono riusciti a retrocedere facendone di più, era il 2004-2005), tra poco con il conforto dell’aritmetica. Per una neopromossa, grande cosa. Però, mica c’è da nascondersi o da provare imbarazzo se si pensa che qualcosa di più e di meglio si sarebbe potuto fare.
Attenzione: c’è ancora la possibilità di riuscirci. Ritrovare il gol, superando al più presto la soglia delle 44 reti in un campionato di A, record di tutti i tempi per il Verona. Vedere Luca Toni raggiungere e superare Gianni Bui e Nico Penzo come bomber di sempre nel massimo campionato con la maglia gialloblù. Restare nella colonna sinistra della classifica. Vincere con il Chievo, in quello che qualcuno non vuole chiamare derby, ma che, se non altro, ha questi innegabili connotati in senso regionale. Ottenere il miglior piazzamento dell’Hellas in Serie A dopo Osvaldo Bagnoli. Nel 1999-2000 Cesare Prandelli guidò il suo gruppo al nono posto. Uscire tra gli applausi e tra i peana di un pubblico che, adesso, è indispettito, e con ragione: mica gli si può chiedere, basandosi sul ragionamento del “ricordiamoci dove eravamo”, di accettare senza alzare il sopracciglio prestazioni imbarazzanti come quella di Genova o partite incolori in stile Cagliari.
A proposito di “dove eravamo”: il Verona recente è passato per una C-Lega Pro umiliante. Ma in 111 anni di vita, questo club che è nato in uno dei licei più prestigiosi d’Italia, riservato all’élite nobiliare e borghese all’epoca, ma che poi è diventato l’emblema e il cuore delle classi popolari, è stato anche in alto. Sulla copertina del primo numero di una brillante rivista che, poco meno di un decennio fa, era comparsa nel panorama editoriale cittadino, campeggiava un titolo evocativo, che echeggiava Muhammad Alì e il rumble in the jungle con George Foreman: “Quando eravamo re”. E si diceva dello scudetto, ma non solo.
Si parlava di dignità e di Hellas come mentalità, i padri che raccontano i figli, le generazioni che proseguono e che hanno una passione comune. A Liverpool sono concetti che si intersecano in un senso, quello dello Spirit of Shankly, riferendosi a Bill Shankly, il padre della patria Red. Ancora, diciamo noi: Osvaldo Bagnoli, a queste latitudini.
Ne tengano conto i signori che rappresentano questo Verona, e che tanti ottimi risultati hanno già colto. Dirigenza, allenatore, giocatori: non è finita finché non è finita, grazie.
MATTEO FONTANA
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