ITURBEIDE
“L'uomo ricco di astuzie raccontami, o Musa, che a lungo
errò dopo ch'ebbe distrutto la rocca sacra di Troia;
di molti uomini le città vide e conobbe la mente,
molti dolori patì in cuore sul mare,
lottando per la sua vita e pel ritorno dei suoi”.
Il proemio dell’Odissea, nella leggendaria traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, per dire di Juan Manuel Iturbe. Con il Catania, in quei 37’ in campo, la poesia del calcio. Non ce ne voglia German Rolin, che è difensore duro e che fa il suo mestiere, ma l’intervento con cui, dopo 2’, gli ha ammaccato la coscia sinistra, ha privato gli amanti della pelota di un capolavoro. Come rovesciare un bicchiere di Coca Cola su un dipinto di Van Gogh, o colpire con un martello una colonna del Partenone.
Iturbe, dunque. Come Ulisse, ricco di astuzie. Quelle dettate dai piedi veloci e da un mancino che è un incantesimo. Minuto e tosto come un hobbit, un Frodo Baggins che va alla caccia dell’anello gettandosi verso il fuoco della Mordor delle altrui difese. Il suo Gandalf è Luca Toni, uno “stregone” che, come il Grigio di Tolkien, è rinato.
Juancito è letteratura. E risarcisce gli appassionati del Verona, che si spellano le mani ad ogni suo scatto, degli “scippi” che il destino e la storia hanno perpetrato loro negli anni che sono stati. La confessione: l’ultimo giocatore di cui abbia avuto il poster appeso in camera è stato Dragan Stojkovic. Era l’estate del 1991, Piksie era il simbolo di una squadra che veniva da un crack discusso decretato dai tribunali. Che, trascinata dal ruvido carisma di Neno Fascetti, era tornata in A nonostante il fallimento. Stojkovic era lo strillo di un popolo, della Verona Liverpool d’Italia che l’aveva mangiato con gli occhi negli ottavi del mondiale di un anno prima. Di fronte c'è la Spagna, la Jugoslavia vince per 2-1 ai supplementari, doppietta non c’è bisogno di dire di chi. Pescate su youtube le immagini di quelle reti e sbalordite.
Era una promessa di bellezza, Stojkovic, ma le ginocchia non lo reggevano, i muscoli cedevano. E prima, in una futile amichevole d’agosto sul campo della Reggiana, una baruffa con l’arbitro, il signor Guidi della sezione di Bologna, gli era costata sei turni di squalifica, poi ridotti a quattro.
Il Verona retrocesse in B. Dragan se ne andò.
Nel 1988 i capelli biondi del Figlio del Vento illuminavano il cielo gialloblù. Claudio Paul Caniggia correva più forte della sua Renault Alpine rossa. Come Iturbe, il River Plate era stata la sua casa. Insieme a lui arrivò Pedro Antonio Troglio, zazzera scura e calcio potente. Ma la star era Caniggia. In Coppa Italia, era un cult, per noi ragazzini, piccoli botijas che provavano a imitarlo nei cortili e per le strade, vederlo fuggire via con il polso sinistro slogato e avvolto in una fasciatura bianca. Doveva essere il vessillo di un nuovo Hellas, l’erede della grande generazione dello scudetto che aveva appena salutato Preben Elkjaer, con Silvano Fontolan, Domenico Volpati e Antonio Di Gennaro.
Caniggia, erano altri anni, veniva “pestato” sistematicamente. Molto più di Iturbe, onestamente. Non lo tutelavano di certo. Anzi. A Bergamo, malmenato a ripetizione, alla prima protesta vibrata si beccò pure il “rosso”. A Bologna, nella maniera più iniqua, si spezzò una gamba in un contrasto casuale con Ivano Bonetti. Intanto era finito nel vortice di vicende poco limpide, con tanto di convocazione in tribunale come teste in un processo per droga che coinvolgeva anche Patty Pravo e un Lele Mora all’epoca noto soltanto come parrucchiere della Verona Bene.
L’Hellas vide la polvere di stelle di Claudio. Con Stojkovic altri romanzi infranti.
Iturbe è l’Odisseo che ha riportato a Itaca-Verona il pallone che sognavamo da bambini.
MATTEO FONTANA
© RIPRODUZIONE RISERVATA