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Verona e Cholito, che domenica bestiale

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L'Hellas dà spettacolo e Simeone è splendido. Dopo il 4-1 alla Lazio serve tenere i piedi per terra

Lorenzo Fabiano

Vedere segnare uno dei nostri quattro gol non mi era mai capitato in vita mia. Nemmeno Lucio Dalla, che tifava per il Bologna, era arrivato a tanto slancio nell’Anno che Verrà. Pensava che i preti si sarebbero sposati, che sarebbe stato tre volte Natale e festa tutto l’anno, ma che Giovanni Simeone calasse il poker in una soleggiata domenica di fine ottobre, no.

Quando il brasiliano Emanuele Del Vecchio fece cinquina alla Sampdoria nella stagione 1957/58, non ero ancora venuto al mondo. Ed è meglio così, visto che alla fine di quel primo campionato in serie A nella storia dell’Hellas Verona, la squadra dell’allora presidente Mondadori precipitò in serie B dopo aver perso lo spareggio col Bari. «Verona-Delvecchio uguale scudetto» tramandano i nonni si vociasse quell’anno al vecchio Bentegodi. Non andò proprio così. Altri tempi e altro calcio, d’accordo, ma se volete toccare tutto quello che c’è da toccare, fare pure. Anzi, fatelo e basta, che male non fa.

Ieri Giuanìn Simeone ha servito alla supponente e molle Lazio di Sarri la quaterna. Uno spettacolo. Il Verona ha scacciato ogni cattivo presagio, e questa volta il vantaggio di due gol a zero, non solo lo ha saputo difendere (oh ragazzi, quando il re del carpiato Immobile, erede designato di Dibiasi e Cagnotto, ha accorciato le distanze, abbiamo visto le streghe) ma lo ha ulteriormente arricchito. Una prestazione impeccabile, praticamente perfetta; ok va bene, a fare i pignoli un paio di cosette da sistemare ancora ci sarebbero, ma la perfezione assoluta non fa parte del calcio.

Da bravo padrone di casa Igor dei Tudor ha apparecchiato la tavola, ha acceso il fuoco al camino, ha infilzato la Lazio nell’arrosto, l’ha cucinata per benino al sangue per arrivare alla cottura piena, con tanto di quel croccantino che ti accarezza le papille; poi i suoi prodi la son magnata in quattro morsi del Giuanìn come un asado della Pampa. Che gusto, e che bontà. Ma la cosa che mi ha trasmesso più emozione, è stato vedere alla fine la felicità di questo ragazzo col suo bel pallone sottobraccio. Una cartolina che mi ha fatto viaggiare all’indietro nel tempo, passando per Galeano e Soriano, campetti infangati di periferia, le porte fatte coi maglioni, i portieri volanti, per arrivare alla conclusione che il calcio in fondo non è che quella roba lì. Ci mettono le mani e fanno del loro meglio per rovinarlo, ma è quella roba lì. E Giuanìn Simeone con quei suoi occhiotti vispi e l’aria da simpatica canaglia, la faccia da quella roba lì ce l’ha tutta. Ne è un interprete autentico.

Un pallino dell’arguto Tony D’Amico che a Verona provò a portarlo già un anno fa. Che domenica, amici. Ci siamo concessi un volo in alto, ci siamo goduti qualcosa che un giorno potremo raccontare ai nipotini, ma ora dobbiamo essere bravi a rimanere con i piedi ben piantati a terra. Siam gente così, non dovrebbe esserci difficile. Non ci attendono passeggiate, a cominciare da mercoledì a Udine per poi finire la settimana sabato con Madama al Bentegodi, quindi prepariamoci. Limitiamoci a dire Verona è bello, bello da morire. E gustoso, come un asado argentino. Accendete il fuoco, grazie.

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