Il perché di una fiducia tra passato, presente e futuro

 

Era la fine di novembre del 2010. Nella sala stampa del Bentegodi c’era soltanto il sottoscritto. Aspettavo Andrea Mandorlini dopo l’1-1 con il Sorrento. Cangi in gol, una partita dominata, il pari subdolo, su punizione, di Togni. Terzo punto in tre turni, dopo Spal e Pavia, tutte da vincere, e con merito, per il Verona. Mandorlini arrivò in conferenza (in realtà, un’intervista singola) e gli dissi che più di così non poteva fare. Lo sapeva anche lui. Ma io, più di tutti, gli feci capire, e lui sconsolato eppure filosoficamente zen, che la strada era quella giusta. Così come avvenne dopo lo 0-0 con il Pergocrema. Poi, per il 4-0 alla Paganese.

 

Quella era una squadra forte. Ne ero certo, e  ne era certo il manager che l’aveva costruita, Mauro Gibellini. Giovanni Martinellli credeva nella rimonta. Come pure Benito Siciliano, a completare la dirigenza di quel Verona. Questo, prima che arrivassero i soloni, i pasticceri, i biscottari, i chiacchieroni, i fanatici del no ai grassi saturi, i rozzi bifolchi che credono che il mondo finisca solo al prefisso 045, i fessacchiotti del complottismo, i furbetti del quartierino. Gli aperitivari e chi ama le pizze in centro storico, ahahaha, ma facciamoci una risata: portateci la fattura, gracias. Mandorlini ora dovrà dare il meglio di se stesso, e sono certo che lo farà, dato che lo conosco meglio di tanti altri. Altrimenti non avrebbe accettato le condizioni poste da Sean Sogliano per continuare assieme.

 

Andrea viene da esperienze choc in A: esonerato a Bergamo, silurato a Siena. Verona, però, è il suo mondo e la rotta sarà, dovrà essere un’altra, e di dubbi non ne ho. D’altronde all’Hellas c’è rimasto per questo, con l’appoggio di una parte della dirigenza con Maurizio Setti, presidente critico, che dovrà dargli fiducia vera al suo rientro dall’ultimo viaggio d’affari all’estero.

 

Gli venga consegnata una rosa adeguata alla sua idea di calcio, fatta di una versione riveduta e corretta di modulo all’italiana, copertura accorta e contropiede feroce, e allora anche lui potrà conquistare la ribalta. Se si ha intenzione di fare di testa propria, di scegliere uomini non sufficientemente adeguati al Mandorlini-pensiero, vade retro. La squadra sia fatta su misura per l’allenatore. Il quale si ricordi sempre di quella sera fosca dopo il Sorrento, di chi c’era e di chi, pochi giorni prima, ironizzava sul suo esonero al Cluj. Storie di uomini. Punto e a capo.

 

MATTEO FONTANA

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