Il 29 aprile 1990 l'ultimo atto degli anni ruggenti dell'Hellas

Il 29 aprile 1990 è il contrario del 12 maggio
1985. Come yin e yang per il Verona. Bergamo e Cesena, in cinque anni la storia
si era ribaltata. Per chi l’ha visto e per chi non c’era, lo scudetto. Chi era
al Comunale, chi in piazza Bra, chi in famiglia, ad ascoltare la radio e
Roberto Puliero. Stessa scena e lacrime dal sapore opposto. L’Hellas triste,
solitario y final del Manuzzi, un tempo chiamato La Fiorita, per la località in
cui si trova. Laddove c’era Preben Elkjaer, ecco la sua antitesi, Massimo Agostini,
detto il Condor. Piansero in ottomila veronesi, in Romagna, e tutti gli altri
che non se ne facevano una ragione, in città, perché quell’1-0 che spedì
l’Hellas in B non era una semplice sconfitta: era la fine di un’epoca, era la
fine del mondo.

Per qualcuno l’ultimo atto dell’infanzia (quorum ego,
tredicenne). Per altri, il passaggio all’inevitabile maturità, sabotata in nome
del Verona sovrano, nei favolosi eighties.
Come cantava Raf? “Cosa resterà di questi anni ’80”.

 

Una settimana prima l’Hellas aveva affondato il
Milan, in una delle partite più magiche da estrarre dalla memoria. Il
pallonetto di Pellegrini, dopo lo schioccante botto di testa di Sotomayor, a
riprendere e sorpassare Simone, a scucire uno scudetto, di fatto servendolo al
Napoli, mentre infuriavano le polemiche per la direzione di gara del signor Lo
Bello di Siracusa (figlio di padre nobile). Cesena fu un mantra, una lunga
marcia, un sogno da cogliere. La salvezza, ma anche di più. Era un Verona che
finiva.

Un Verona che Osvaldo Bagnoli aveva ricostruito dalle ceneri di una
rivoluzione d’estate fatta per evitare il crack. Via tutti, escluso
Terracciano, che fu poi ceduto in autunno, scambiato con la Triestina per
Giacomarro. Nessuna speranza di farcela, ma poi lo Schopenhauer della Bovisa –
non smetteremo mai di volerti bene, Zaso – si inventò il miracolo. La rimonta
generosa attraverso il gioco, l’Osvaldo tra i primi in Italia a sperimentare il
5-3-2. Il Guerin Sportivo, in un editoriale, a marzo, titolò: “L’unica
certezza? Il Verona”. Dopo ci fu un calo, qualche punto disperso. L’impresa con
il Milan riaccese la fantasia: vincere a Cesena per conquistare un eterno glory day.

E dopo venne Agostini. Nei secoli dei secoli,
per qualsiasi seguace gialloblù, pronunciare il suo nome vorrà dire
maledizione, anatema. Il contropiede a una manciata di minuti dalla fine, con
il Verona rovesciato in avanti per cercare quel gol che avrebbe riportato la
luce. Il diagonale secco, tagliente, sotto la curva del Cesena che sobbalza. Il
Condor planò su di noi. Per un lungo istante sparimmo. Marcello Lippi, giovane
allenatore alla corte di Edmeo Lugaresi, festeggiò ignaro di altre vittorie che
lo aspettavano. Osvaldo incassò: sapeva che un’era se ne andava. Sarebbe
rimasto anche come tecnico delle giovanili, ma sua moglie lo convinse: “Quello
che arriverà dopo di te come farà se ci sarai ancora tu?”. Andò al Genoa, a
insegnare calcio e vita, e ci sentimmo tutti quanti più soli.

Il Verona ricominciò da Eugenio Fascetti e dalla
B. Ci fu il fallimento, ma anche la promozione, per un altro gruppo che merita
di entrare nell’Olimpo dell’Hellas. Uomini con un’integrità morale che, oggi, è
merce rarissima. Il mondo era finito, ma il Verona no.

MATTEO FONTANA

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