Una riflessione sulla svolta tattica del Verona
La speranza, ma non vedo perché avere dubbi, è che Andrea Mandorlini non abbia cambiato soltanto perché costretto
dagli eventi (leggi infortuni e squalifiche che hanno falcidiato il centrocampo
del Verona).
Fin dall’estate è evidente che questo Hellas ha una
fisionomia tattica, secondo le caratteristiche dei giocatori in organico,
diversa da quella cara all’allenatore.
Potremmo stare qui ore a sindacare su che cosa si
dovesse o non si potesse fare in fase di mercato. Potremmo anche dire che nei
salotti e nei segreti – ma neanche troppo – corridoi pallonari si diceva, prima
della scelta di dare continuità a un Mandorlini che, con il Verona, dalla Prima
Divisione è arrivato alle soglie della A, il pensiero della nuova proprietà era
orientato verso un altro modo di concepire il calcio. Ovvero, verso un altro
allenatore. E tutti sanno che il nome che circolava era quello di Devis Mangia.
Ma Mandorlini doveva essere, sulla base di quanto fatto in precedenza e del feeling con la piazza, e Mandorlini è stato.
Solo che la rosa che gli è stata data non è mai parsa confezionata su misura per lui come
avvenuto nella stagione precedente. Basti pensare alle attitudini fisiche e
tecniche di un uomo chiave come quello che occupa il ruolo di “centromediano”:
Tachtsidis da un lato, Bacinovic dall’altro.
L’equivoco è sempre stato questo: 4-3-3
mandorliniano, che non è quello di Zeman, per capirci, opposto alla formula 4 insita
nel dna di quest’organico.
Storia vecchia, già. Acqua che non macina più,
bisognerebbe dire, ma qui invece ce n’è ancora in abbondanza.
Con l’Ascoli Mandorlini ha avuto l’intelligenza di
cambiare, che poi è una delle cose più belle che si possano fare nel calcio
come nella vita.
Antonio Conte e Giampiero Ventura l’hanno
dimostrato. Anzi, il primo ha imparato dal secondo: il 4-2-4, quando hai un
grande potenziale offensivo, è sempre l’assetto migliore. E scusate la malizia:
ci è parso che i giocatori dell’Hellas, con l’Ascoli, abbiano avuto anche un
atteggiamento mentale più reattivo. Che anche loro si divertissero di più con
il pallone, svincolati da schemi che, per molti versi, sono meno adeguati al
loro modo di essere.
Giusto essere camaleontici, peraltro, ricorrere a
variazioni nel modulo anche durante la stessa partita. Tutte le grandi squadre,
in Europa più ancora che in Italia, lo fanno.
E questo Verona, per la categoria in cui gioca,
grande squadra lo è di certo.
Matteo Fontana
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